Perché oggi il femminismo viene accettato solo se è gentile, rassicurante e privo di conflitto. Quando, in poche parole, smette di essere comodo?

C’è stato un tempo in cui il femminismo dava fastidio dichiaratamente. Era conflittuale, divisivo, rumoroso. Non chiedeva il permesso di esistere e non cercava approvazione. Oggi invece, sembra che debba essere educato, inclusivo, sorridente. Deve rassicurare. Deve spiegarsi. Deve piacere.

E così, il femminismo che disturba viene subito percepito come eccessivo. Troppo radicale. Troppo aggressivo. Troppo ideologico. In altre parole: troppo femminista.

Il femminismo che funziona solo se non fa male.

Negli ultimi anni il femminismo è entrato nel linguaggio pop. È diventato slogan, merchandising, estetica. Ma mentre si diffondeva, ha perso una parte della sua forza politica. È stato tradotto in una versione più accettabile: empowerment individuale, autostima, successo personale.

Il problema non è questa trasformazione in sé. Il problema è ciò che è rimasto fuori: il conflitto, la critica al potere, la messa in discussione dei ruoli.

Così, il femminismo che funziona è quello che non mette in crisi nessuno, che non parla di privilegio, che non nomina il patriarcato e non disturba.

La paura di essere divisive.

Una delle accuse più frequenti rivolte al femminismo oggi è questa: essere divisivo.

Ma ogni movimento politico lo è. Lo è stato l’abolizionismo, il suffragismo., il movimento operaio.

La divisione non è un difetto. È un effetto del cambiamento.

Eppure, alle donne si chiede sempre di essere concilianti. Di non alzare troppo la voce. Di non rovinare il clima. Di non sembrare arrabbiate.

Il femminismo viene tollerato solo se non incrina l’armonia apparente. Solo se non costringe nessuno a guardarsi allo specchio.

Quando diventa una questione di marketing.

Oggi molte aziende, molte campagne pubblicitarie e molti brand usano il linguaggio femminista.

Parlano di empowerment, di libertà, di forza femminile. Ma spesso, lo fanno senza mettere in discussione nessun modello di potere.

Il femminismo diventa così una cornice estetica: una parola buona per vendere, non per cambiare.

In questo processo si perde la sua natura politica. Non è più una critica al sistema. È un modo per stare meglio dentro il sistema.

Il disagio verso le donne che parlano di potere.

Il femminismo che non piace è soprattutto quello che parla di potere.
Di soldi.
Di ruoli.
Di autorità.

È accettabile parlare di sentimenti, di fragilità, ma anche parlare di corpi.

Ma quando si parla di struttura, di gerarchie, di dominio, allora il discorso diventa scomodo.

Una donna che denuncia viene ascoltata.
Una donna che accusa viene temuta.
Una donna che analizza viene etichettata come ideologica.

La richiesta implicita: sii femminista ma non troppo.

Oggi il messaggio è chiaro: puoi essere femminista, purché non lo sia davvero fino in fondo.

Puoi dirti femminista se:

  • non metti in discussione i rapporti di potere
  • non parli di privilegi
  • non crei disagio
  • non nomini il conflitto

In questo modo, il femminismo viene neutralizzato. Diventa uno stile di vita, non una visione politica.

Perché il femminismo deve dare fastidio.

Il femminismo nasce per disturbare l’ordine simbolico. Per dire che ciò che è considerato naturale non lo è. Per mostrare che ciò che appare neutro è spesso costruito.

Se non crea disagio, diventa decorazione.

Un femminismo che non piace è spesso un femminismo che funziona. Perché costringe a rivedere abitudini, linguaggi, ruoli.

Il femminismo non deve essere simpatico!

Per questo, forse la domanda non è perché il femminismo non piaccia più a nessuno. Ma perché oggi si pretende che piaccia a tutti.

Il movimento femminista non nasce per essere rassicurante.
Nasce per essere necessario.
Non per essere elegante.
Ma per essere vero.

E allora, se il femminismo disturba, divide, mette a disagio, significa che sta ancora facendo il suo lavoro.

Perché un femminismo che non dà fastidio a nessuno è solo un’altra forma di silenzio.

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