Ancora in sala il docufilm “E.1027-Eileen Gray e la casa sul mare”. Storia di un’architetta, pioniera dello stile modernista, che fu l’ossessione di Le Corbusier

Un nome poco conosciuto quello di Eileen Gray, designer e architetta irlandese, pioniera dello stile modernista, artista che ha attraversato settanta anni di creazioni. In un tempo in cui l’architettura era ancora un territorio maschile, fu capace di rompere le barriere e dettare uno stile. Eccola, a Parigi, con i suoi oggetti “parlanti”, la voglia di creare per le donne che, nel luccichio degli anni Venti, sentivano il bisogno di “una stanza tutta per sé”, infine, la decisione di dar vita a una casa, quella casa.

Uno spazio del cuore in Costa Azzurra, a Roquebrune-Cap-Martine, costruito con il compagno, Jean Badovici, collega francese di origine rumena, ideatore della rivista L’Architecture Vivante. Una villa studiata in ogni dettaglio, il manifesto di un’architettura dal volto razionale e umano.

L’amore tra Eileen e Jean finì dopo due anni, la dimora rimase con i suoi ricordi, fino a che non fu scoperta da Le Corbusier che se ne invaghì e dipinse sui muri bianchi otto murali, facendosi immortalare mentre li colorava.

L’intento appare ben preciso: appropriarsi di fatto dell’opera della collega, tanto che Gray si sentì toccata nel profondo da questo gesto, stuprata. “Vandalismo” tuonò e chiese che le pareti tornassero bianche.

Un nome in codice.

L’ossessione di Le Corbusier rimase, alle spalle della casa costruì una residenza minima, il Cabanon e, per uno scherzo del destino, finì per morire proprio nuotando in quelle acque, in Costa Azzurra.

Un elegante documentario racconta oggi questa incredibile storia: E 1027- Eileen Gray e la villa sul mare. E.1027 è il nome che diede l’architetta alla splendida residenza in riva al mare: E sta per Eileen, 10 per la J di Jean, 2 per Badovici e 7 per GrayAl centro della narrazione il terzetto di architetti, una danza la loro, una battaglia ideologica.

«Si potrebbe sostenere che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando arrivò, Eileen Gray non viveva più nella casa, e Jean Badovici gli diede il permesso di dipingere i murali. – spiega la regista e sceneggiatrice Beatrice Minger – Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no.

Da questa inquietudine è nato il film. La violazione non riguarda solo le pareti bianche di una casa. All’inizio del Novecento, le artiste erano confinate agli spazi interni – arredi, decorazione, pittura, scrittura. Gray infranse quel limite entrando nel territorio maschile dell’architettura. Le Corbusier, lo “Zeus” del modernismo francese, reagì cercando di ricondurla al suo posto».

La vera artista.

«Per raccontarla – aggiunge il co-regista e co-sceneggiatore Christoph Schaub – abbiamo scelto un approccio radicale: niente interviste, niente esperti, niente ricerca della “verità” documentaria. Abbiamo preferito l’astrazione: creare uno spazio cinematografico dove emozioni e domande potessero emergere.

Un luogo in cui anche Eileen Gray potesse interrogare sé stessa». Così ecco che le immagini del tempo si mischiano a quelle girate con gli attori: Nathalie Radmall-Quinke nei panni dell’architetta, Axel Moustache in quelli di Badovici e Charles Morillon che è invece Le Corbuiser. Solo sul finire troviamo il volto e una rara intervista proprio di Gray, a 96 anni, forse 97 dice, ancora con una gran voglia di creare.

Il mondo si è accorto in ritardo di lei, questo documentario le restituisce giustizia. Quanto alla casa è diventata un museo, dove le due prospettive artistiche ancora si confrontano.
 

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