Anche un abito può essere un atto politico. Nel corso dei secoli, le femministe hanno usato la moda per esprimersi in ogni epoca contro le regole imposte. Scopriamo insieme come!

Moda e Ribellione: L’Abbigliamento Femminista Attraverso i Secoli.
L’abbigliamento è sempre stato molto più di una semplice questione di estetica per le donne: un campo di battaglia, un mezzo di affermazione e, soprattutto, uno strumento di protesta. L’abito è un vero e proprio atto politico. Le femministe, in particolare, hanno saputo usare la moda per sovvertire le norme sociali e culturali imposte ai loro corpi e ai loro ruoli. Dai corsetti del passato ai jeans di oggi, ogni epoca ha visto donne sfidare il sistema anche attraverso ciò che indossavano.

Medioevo: i primi segni di dissenso.
In un mondo in cui le donne avevano ruoli rigidi e prestabiliti, alcune iniziarono a indossare capi maschili per sfidare le regole. Un gesto pericoloso, ma profondamente simbolico.
Anche nel rigido contesto sociale del Medioevo, alcune donne riuscirono a sfidare le norme indossando abiti simili a quelli maschili. In un’epoca in cui l’identità femminile era fortemente limitata, assumere un aspetto “maschile”, anche attraverso un abito, era un atto di sfida profondo, capace di mettere in discussione i ruoli di genere sanciti dalla religione e dalla legge. Sebbene non si parlasse ancora di femminismo nel senso moderno del termine, questi gesti erano manifestazioni di resistenza contro una società che non prevedeva spazi di libertà per le donne.

XIV secolo: moda e politica si intrecciano.
Durante il XIV secolo e soprattutto in epoche di rivolta come la Rivoluzione Francese, l’abito divenne espressione diretta dell’impegno politico.
Durante la Rivoluzione Francese, i vestiti diventano manifesti politici. Redingote blu, gonne bianche: ogni abito comunicava un messaggio. La moda parlava di uguaglianza, libertà e partecipazione.
Le donne che partecipavano attivamente alla vita pubblica adottavano capi da “patriota”, come la redingote blu e la gonna bianca, utilizzando tagli e colori per comunicare ideali di uguaglianza e giustizia. Era una moda carica di simbolismo, che trasformava il corpo femminile in un manifesto vivente.
XX secolo: il potere (e i suoi codici) si veste
Il Novecento segna una svolta epocale per la moda femminile. Durante la Prima guerra mondiale, come sottolinea l’esperta Elisa Motterle, le donne iniziano a indossare abiti più pratici, abbandonando corsetti e strutture ingombranti in favore di capi funzionali. È in questo periodo che nasce il cosiddetto “power dressing”, una strategia adottata da molte donne per entrare in spazi tradizionalmente maschili, come la politica e il mondo del lavoro.
Tailleur, spalle larghe e tagli maschili non erano semplicemente una moda: erano armi, scelte consapevoli per conquistare autorità e ridurre l’iper-sessualizzazione dell’immagine femminile.

L’eredità di Coco Chanel.
Coco Chanel liberò le donne dalla costrizione dei corsetti, introducendo capi che fino a quel momento erano stati quasi esclusivamente maschili come le giacche e i pantaloni, che permettevano maggiore libertà di movimento e comfort, imponendo così nella moda i cambiamenti sociali dell’epoca.
Chanel stessa divenne simbolo di emancipazione e innovazione, creando uno stile che rifletteva la forza e la modernità delle donne che entravano nel mondo del lavoro.
Attraverso il suo stile, Chanel ha trasmesso un messaggio di individualità e autenticità, incoraggiando le donne a “essere qualcuno” anziché “essere qualcosa”, ovvero a vivere in modo autentico e non conformarsi alle etichette.
Contemporaneamente, si affermava il taglio alla garçonne per i capelli, che segnò una rottura con l’idea tradizionale di femminilità e proponendo un ideale di donna autonoma, moderna e indipendente.
XXI secolo. Individualità e pluralismo: Power dressing e rottura degli stereotipi.
Abbiamo visto che con la Prima guerra mondiale, i corsetti spariscono. Arriva l’abito pratico, i capelli corti, il tailleur. Nasce, dicevamo, il “power dressing” che sfida ogni codice femminile.
Nel XXI secolo, la moda femminista diventa ancora più fluida e personale. Le donne rivendicano il diritto di vestirsi come vogliono, indipendentemente dai dettami culturali o dalle aspettative sociali. Che si tratti di un abito corto, di un hijab, di un completo androgino o di un outfit provocatorio, l’abbigliamento è ormai parte integrante dell’identità femminista.

Mary Quant e la minigonna nel 1963.
La rivoluzione di Quant ha permesso alle donne di esprimere libertà e praticità, rompendo con le regole e le formalità rigide e rigorose della moda tradizionale.
Fin dalla sua prima uscita pubblica la minigonna è diventata simbolo di emancipazione e di uno stile di vita più disinibito, influenzando profondamente il ruolo delle donne nella società e nella moda.
Quant ha contribuito a spazzare via l’approccio formale e restrittivo del passato, permettendo alle donne di sentirsi più a proprio agio nei loro vestiti. Il suo stile, ispirato dalla strada e dalle tendenze giovanili, era un messaggio di anticonformismo. Ha dato alle donne il potere di scegliere e diventare chi volevano attraverso il loro guardaroba.
Oggi, il corpo e il guardaroba sono strumenti attraverso cui si affermano libertà, autodeterminazione e rifiuto degli stereotipi.
Le femministe contemporanee non si uniformano a un solo stile, ma trasformano la moda in uno spazio di pluralismo e di espressione personale.
Nel tempo, l’abbigliamento femminista ha smesso di essere solo una questione di ribellione per diventare un linguaggio complesso, fatto di memoria, identità e lotta. Da abiti maschili medievali ai look queer contemporanei, ogni cucitura racconta una storia di emancipazione. Perché, come dimostra la storia, anche un abito può essere un atto politico.
Immagine di copertina courtesy of The Indipendent
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