La scrittrice e drammaturga Roberta Calandra torna in libreria con La Maledizione di Venezia (The Orphan) per Orelli Editore. Un avvincente thriller intriso di sensualità e mistero, ambientato in una Venezia labirintica, piena di simboli, desideri e antiche maledizioni.

Un romanzo coinvolgente, La maledizione di Venezia, che ci guida nella storia di Michel e Adam che vivono un amore al confine tra passione e dannazione, e nell’avventura di un gruppo di amici alla ricerca della loro identità e che invece scoprirà il più grande tesoro mai esistito. È finalmente disponibile l’attesissimo romanzo della scrittrice romana giunta ormai al suo 23esimo libro. Abbiamo scambiato due chiacchiere con lei per l’occasione..

Venezia, una delle città più affascinanti del mondo, è stata scenografia di tantissime narrazioni nella storia della letteratura…La Venezia del tuo ultimo libro che città è, e quale ruolo gioca all’interno della tua storia?      

È una città che racconto in modo insolito, esoterica, mistica, alchemica. La città di illustri perseguitati dalla Storia, streghe, sodomiti, alchimisti, diventa teatro di una storia del tutto insolita relativamente ai miei romanzi precedenti: molto più dark, action, sono diventata una Calandra invasata da Dan Brown, quasi mio malgrado; dove il palazzo stesso di Cà Dario diventa il protagonista principale degli snodi di una ricerca sentimentale e karmica che esplora gli snodi più riposti della Storia, per operare una sorte di redenzione misteriosa.

Non mi sono misurata con alcuna narrazione precedente, anche se ne sono ovviamente intrisa, chi non ha letto Thomas Mann? Ma ho fondato la mia ricerca su libri d’arte, romanzi storici, archivi poco frequentati, tra i quali un pregevole saggio di Vittorio Sgarbi, che non esita a ribadirne il carattere oscuro e poco affabile.

Tutto parte dal palazzo nobiliare di Ca’ Dario, un luogo che sembra aver portato sfortuna nel tempo a tutti i suoi proprietari… che rapporto ha con questo tema? Secondo te esiste la fortuna o è solo qualcosa legato alla superstizione e a credenze popolari?

Grazie per avermi posto domande così interessanti. Non avrei mai pensato razionalmente di dedicarmi al tema della maledizione, se non mi fossi sentita chiamare da questa particolare storia. Credo esistano energie precise, che si trasmettono lungo linee genealogiche, attribuendo ad alcuni discendenti delle stirpi missioni particolari, come ben spiga Jodorowsky attraverso la metafora della pecora nera, che incarna inconsciamente gli irrisolti del suo albero per trasformarli in luce;  diciamo che, purtroppo e per fortuna, è un tema che mi appartiene molto.

Nel romanzo “Il colibrì” di Veronesi c’è una scena che amo molto, che viene ben rappresentata anche nel film omonimo, dove il protagonista dichiara di non essere spaventato dallo iettatore inviato a rovinarlo, perché è un suo vecchio amico, sostiene dunque che la sfortuna esiste solo per chi la teme. Nei miei più recenti studi sull’inconscio constato ogni giorno che è così: che le nostre credenze attirano situazioni molto diverse tra di loro e la pratica del buddismo mi insegna che ogni circostanza è relativa allo stato vitale con il quale la affrontiamo.

Questo non elude il fatto che ognuno di noi abbia i suoi punti fragili, i suoi temi caldi, diversi da persona a persona, chiamata dunque a trasformarsi attraverso il proprio personale viaggio eroico, spesso del tutto malinteso dal suo ambiente.

Secondo te esistono luoghi “Maledetti” o comunque negativi?

Se esistono le energie esistono anche luoghi che le contengono: ma anche qui non ne farei una condanna indissolubile. Ci sono luoghi dove sono avvenuti eventi macabri che possono essere ripuliti e alleggeriti, in questo senso credo alla figura dei “Ghostbusters”, anche se in forme più serie di quelle da commedia, come credo allo sciamanesimo, ai preti esorcisti e ai medium. Certo è che ogni figura si rapporta al mondo del mistero secondo la sua propria energia, competenza e capacità di protezione.

Sicuramente quando si vive una grande sofferenza è meglio “chiudere” le proprie ferite energetiche e non abusare di certi contatti “altri”, perché sono convinta possano peggiorare la condizione di ciascuno, così come credo ci siano eserciti di ciarlatani che abusano di questi territori. E sono altrettanto convinta che una forte coscienza di sé, unita all’amore, sia uno scudo energetico quasi imbattibile. Anche la preghiera è una forza concreta in tal senso.

Il romanzo non gioca superficialmente con questi temi, ne cerca anzi una elaborazione rispettosa e quanto più possibile elevata. Mi fa piacere anche citare il fatto che esistono anche luoghi che hanno alla base energie molto positive, e che questo tipo di competenza, ora meno frequentata, è alla base dei più grandi monumenti della storia, dalle piramidi alle cattedrali gotiche, come tutti sperimentiamo visitandole…

In un documentario ho appreso che il palazzo in questione si vendica con i magnati ma ama in realtà gli artisti, spero sia davvero così.

Michel e Adam sono i protagonisti di questa storia, due ragazzi giovani e speciali tra cui nasce un amore. È la prima volta che scegli come protagonisti due personaggi maschili e se si, perché?

In maniera così esclusiva sì. Ci sono precedenti che amo molto, come Gabriel e William nel romanzo “Otto” e le vicissitudini di Tommaso, coprotagonista di Diana nella mia trilogia “Le orchidee”, ma questi due ragazzi non assomigliano a nessuna mia creatura precedente, sono nati da una specie di necessità letteraria, scaturiti dalle fondamenta stessa della storia: molti degli anziani proprietari omosessuali sono stati uccisi da amanti mercenari, dunque avevo bisogno di un amore pulito tra due ragazzi per ribaltare questa sorte e non potevano essere due adolescenti qualunque.

Adam viene da una famiglia povera, resa disfunzionale dall’handicap di sua sorella, Michel assume questo nome per salutare quello precedente, ereditato dalla dinastia degli industriali D’Ambrosio, percorsa da depressioni, abusi e profonde correnti di anaffettività e mortificazione. Insomma non ho reso il loro amore un compito facile, considerando anche che prima di loro c’è un amore tra due templari perseguitati per questo, dal quale forse sono la reincarnazione, ma lascio volutamente il tema accennato.

Oltre non spoilero perché questa struttura mi ha permesso un gioco di scatole cinesi che spero risulti interessante anche al lettore.

Il sottotitolo del libro è “The Orphan”, che cosa significa?

Si riferisce a un archetipo junghiano, relativo proprio a chi non ha ricevuto il sostegno affettivo desiderato dalla famiglia di origine, per rifiuto, abbandono o altre ferite, a risalire la china di questo pesante difetto di origine può trasformare l’orfano in guerriero, e realizzare dunque una missione più grande della sua esistenza individuale. Non a caso questo sarà anche il titolo del brano musicale che regala a Michel il successo, liberandolo dal peso delle imposizioni familiari.

Quali sono i punti di contatto con i tuoi precedenti libri?

Direi questa costante attenzione alla trasformazione alchemica di un destino, che mi spinge sempre sotto-traccia ad approfondire i miei protagonisti più o meno coscientemente secondo la struttura del viaggio dell’eroe. La diversità esplorata in ogni sua forma, anche se a oggi si rischia di essere quasi banali nel cavalcare questa onda. Che ci si creda o meno non parto mai da uno spunto dichiaratamente commerciale, anche se questa storia lo è più delle precedenti, credo.

Gli intrecci, le atmosfere, le psicologie, partono sempre da un dettaglio e si sviluppano poi, quasi medianicamente nella loro architettura sempre unica.

Cosa hai voluto comunicare con “La Maledizione di Venezia”? Qual è il messaggio intrinseco se si può svelare?

Anche qui direi che non premedito un messaggio, c’è una grandissima sorpresa sul finale che ha a che fare con la dignità dell’amore stesso. Sicuramente, come nel mio romanzo “Otto”, sono sedotta dai cicli della storia, ma qui, anche se in modo necessariamente controverso, ho cercato di trasmettere proprio la fede nel capovolgimento dell’oscurità in qualcosa di più nobile.

Anna Freud, Niki de Saint Phalle, Rosemary Kennedy, Lucia Joyce… di queste donne del passato hai già parlato nei tuoi libri o nelle tue drammaturgie…cosa hanno in comune queste donne e di quali ti piacerebbe ancora parlare?

Siete veramente molto attenti e la cosa mi fa seriamente piacere. Tutte loro hanno avuto un rapporto difficile con il padre, e così hanno sviluppato delle diversità peculiari, con esiti di diversa felicità: Anna e Niki creando qualcosa di imponente, Rosemary e Lucia rimanendone schiacciate. Anche se si mormora che la lobotomia forzata di Rosemary abbia creato una maledizione vera e propria, sotto gli occhi di chiunque, per la sua dinastia. Lo studio delle Costellazioni Familiari mi ha insegnato che gli esclusi vanno reintegrati nel sistema di appartenenza, altrimenti ne soffriranno anche gli altri.

In definitiva è bene comprendere profondamente che la vita non può fiorire a spese di altra vita, perché si paga un prezzo spesso invisibile in origine ma micidiale nel suo svolgersi. Si sente molto parlare di “Nuovo mondo” in quest’epoca, e nella mia ostinata naïveté, continuo a sperare possa basarsi sul rispetto e sul sostegno reciproco.

Qualità basse come l’invidia, la gelosia, l’avidità, l’ignoranza, ci stanno portando alla distruzione, ma gli antidoti esistono e vanno accuratamente scelti: sensibilità, umorismo, serietà, attenzione, etc. Sono andata out of topic, ma tutto sommato mi ci avete portato per mano, spero non vi dispiaccia…

Una storia riesce nel suo racconto quando arriva a trascendere il proprio specifico, mi piacerebbe che questo Canal Grande ci attraversasse tutti, in qualche modo. Ho in pentola un’altra esclusa illustre, riguarda il mondo dell’arte ma per lei ci risentiremo auspicabilmente tra qualche mese!

Link per l’acquisto: La Maledizione di Venezia

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