In sala, dal 5 febbraio, il nuovo film di Antonio Albanese, tre anni dopo il successo di Cento domeniche. Protagonista è ancora la provincia, il lago d’Orta, e quattro personaggi che non si sono realizzati

Partiamo dal titolo. Viene da una battuta di Antonio Albanese che un giorno disse: “Oggi compio 38 anni, no, forse sono 42…va bene, lavorerò da grande”, in qualche modo una frase che sigla una speranza, comune a molti giovani dei nostri tempi, ormai eterni adolescenti. Ma Lavoreremo da grandi non è un film sulla carenza di occupazione e nemmeno una denuncia sociale, questa volta lo sguardo bonario del regista si focalizza su quattro persone, quattro uomini che non hanno ancora trovato il loro posto nel mondo, dei bighelloni di provincia.

Umberto, interpretato dallo stesso regista, è un musicista fallito, è riuscito a disperdere il patrimonio di famiglia, ha due figli nati da due diversi matrimoni. Beppe, ovvero Giuseppe Battiston, è l’unico idraulico in Italia che non è riuscito a diventare ricco con il suo lavoro e vive ancora con la madre.

Gigi, del quale non sentiremo nemmeno una parola, è portato sullo schermo da Nicola Rignanese, è disperato perché davvero dovrà iniziare a lavorare, visto che sua zia è morta senza lasciargli nulla se non le parrucche e i trucchi.

A loro si aggiunge Toni, ovvero il giovane Niccolò Ferrero, uno dei figli di Umberto, appena uscito di prigione dopo una condanna per truffa. Insieme trascorreranno una notte surreale, dopo aver investito con la macchina, tornando a casa, qualcosa o qualcuno. Lo scopriremo nell’evolversi della storia.

Riscopriamo la provincia.

Antonio Albanese torna così dietro la macchina da presa tre anni dopo il successo di Cento domeniche, ma senza i toni drammatici e cupi di quel film. Anzi confessa di aver scritto il soggetto con Piero Guerrera, proprio nei giorni in cui lo girava, in una settimana, per sfuggire alla malinconia. “Ci siamo divertiti tantissimo, in un momento in cui avevamo bisogno di cambiare passo”, spiega il co-sceneggiatore.

Protagonista è sempre la provincia, il Lago d’Orta, “uno dei posti più tranquilli del creato”, intatto il piacere di raccontarla, scoprire le persone comuni, lasciandosi sorprendere dalla loro bellezza e da quella del territorio. “Nella provincia ogni notizia, ogni azione, nel bene e nel male, si esalta, in città no, succedono sempre tante cose che si confondono.”

Ne viene fuori una pellicola corale, dove si racconta, spiega sempre Albanese “una mascolinità tenera e dolce, un po’ ingenua. Quattro persone che non ce l’hanno fatta, ma vivono serenamente la loro amicizia, il loro territorio, le loro storie.” E proprio da questo legame traggono la forza per andare avanti.

Voglia di ridere.

“È il mio film più trasgressivo, un abbraccio e una risata, volevo affezionarmi a questi personaggi, spero che lo faccia anche il pubblico e soprattutto volevo far ridere anche se credo che la comicità sia una delle cose più difficili, perché è misteriosa, non ha un percorso unico. Ma io amo sempre prendere strade nuove” conclude Antonio Albanese.

Lo fa con questo gruppo di attori che, curiosità, si sono diplomati tutti con lui alla scuola di arte drammatica Paolo Grassi di Milano, nel 1991. Tranne ovviamente Niccolò Ferraro, il più giovane, che ha appena trent’anni.

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