Quando la violenza non ha un volto, né una motivazione. Da Hobbes a oggi: cosa è cambiato e cosa dovrebbe cambiare?

Homo hominin lupus, l’uomo è un lupo per l’uomo. Questa massima del filosofo Thomas Hobbes denota una sfiducia nel genere umano, incapace di amore e cooperazione, ma piuttosto incline alla violenza reciproca.

La natura umana è predatoria, sinonimo di violenza e odio verso i propri simili, in un costante concetto di “guerra contro tutti”. Nella favola, si è abituati a vedere il lupo cattivo che vuole mangiare Cappuccetto Rosso e la nonna, perché tale è la sua natura, mentre il cacciatore è il prodigo uomo, pronto ad aiutarle. Nella realtà, il lupo non ulula alla luna e non ha una peluria grigia. Potrebbe essere chiunque, un lupo nascosto nel gregge.

Riprendendo il commediografo Plauto, il filosofo inglese riteneva che senza leggi l’uomo non fosse capace di autoregolarsi e che quindi fosse portato alla prevaricazione. In una società con un sistema legislativo non dovrebbe porsi questo problema, ma a quanto pare, non è così. In un’ottica in cui è di moda chiedere “Lei che belva si sente?”, i lupi sembrano più vicini che mai, fin troppo affini alla natura umana. O forse è la natura umana che è divenuta bestiale?

Violenza gratuita, il lupo nell’ombra.

La violenza non è mai giustificata. Fa male quando la si subisce. Si può ottenere vendetta, giustizia, ma la ferita rimane per sempre. Tuttavia c’è un tipo di violenza che fa ancora più paura, più male. Una violenza gratuita, celata nell’ombra. È quel tipo di violenza che non è mossa da nessuna spiegazione, ma solo dalla pura macabra fascinazione di poter fare del male. Violenza di un lupo nell’ombra mosso dall’istinto di prevaricare su un povero agnello.

La violenza gratuita è subdola, fa sentire chi la compie onnipotente, capace di decidere il destino della vita di qualcuno, giocando a fare Dio con la vita dell’altro. La violenza gratuita fa sentire chi la subisce, impotente, inerme, in balia dell’odio di qualcuno. Cosa spinge il lupo ad uscire dalla sua tana e uccidere? L’istinto. Cosa spinge l’uomo a decidere della vita di qualcuno? Il delirio di onnipotenza.

Due recenti fatti di cronaca.

Palermo, 12 febbraio 26. Una donna, viene accoltellata in pieno centro. Riesce a rifugiarsi in un bar, chiede aiuto, si salva. L’uomo che ha compiuto tele gesto è uno sconosciuto, non aveva alcuna motivazione per farle del male, ma lo ha fatto.

La colpa della donna? Non aver ricambiato il sorriso di un estraneo. Una vita a rischio per un sorriso non ricambiato.

Asti, 7 febbraio 26. Una giovane ragazza viene strangolata e gettata in un fiume ancora viva. Si sarebbe potuta salvare, ma non è stato così. Chi è stato? Un amico, o almeno così dice di essere, quello stesso amico che ha sviato le indagini accusando un innocente per pulirsi la coscienza. Movente? Lei non ricambiava le sue attenzioni. Lupi nascosti che hanno ferocemente attaccato e strappato via sorrisi e felicità. Per cosa? Per un sorriso non ricambiato, per un’uscita negata.

Questi recenti fatti di cronaca lanciano un messaggio agghiacciante: si è perso il valore della vita. Vale così poco l’esistenza di qualcuno? È sufficiente un istinto primordiale, feroce, bestiale, per decidere della vita di qualcuno.

Il caso di Kitty Genovese.

È il 13 marzo 1964, una sera di New York. Una giovane cameriera, Kitty Genovese, sta rientrando a casa dopo il suo turno di lavoro. Viene accoltellata alla schiena da uno sconosciuto. Morirà agonizzante perché nessuno chiamerà i soccorsi. L’atroce omicidio di Kitty Genovese mette sul tavolo due importanti tematiche.

Anche in questo caso, l’aggressore è un perfetto sconosciuto, non aveva alcun legame con la giovane, ha semplicemente deciso, in un momento di lucida bestiale follia di togliere la vita ad una ragazza qualunque, con una vita qualunque, con un sogno qualunque. Un lupo nella notte che non ha nemmeno avuto il coraggio di guardarla in viso nel momento in cui ha deciso di toglierle la vita.

Per anni ci si è interrogati sul fatto che forse Kitty si sarebbe potuta salvare. Perché non è stato così? L’omicidio di Kitty Genovese dà avvio ad un fenomeno psicologico e sociale collettivo dal nome “effetto spettatore” secondo il quale il singolo non offre aiuto alla vittima perché confortato dalla presenza di altri individui che potranno farlo al posto suo. Ma nessuno lo fa. Questa disattenzione, ancora una volta, rivela il poco valore dato alla vita umana. Un’indifferenza verso la sofferenza dell’altro. Si è smesso di essere umani? O forse non lo si è mai stati?

Zimbardo, Abramović e la predisposizione al male.

Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo condusse l’esperimento carcerario di Standford. Si trattava di dividere 24 studenti volontari tra carcerati e guardie carcerarie, simulare la vita carceraria e osservarne gli effetti. In brevissimo tempo si consolidò il cossiddetto “effetto Lucifero”.

I giovani che recitavano la parte delle guardie carcerare cominciarono a divenire sadiche, abusive e violente con i giovani finti carcerati che erano sempre più ansiosi e sottomessi. L’esperimento che sarebbe dovuto durare due settimane fu interrotto dopo appena sei giorni.

Fu evidente come persone comuni fossero capaci di compiere atti atroci se inseriti in determinati contesti. Tre anni dopo Marina Abramović mise a rischio la propria incolumità dando vita ad una performance estremamente particolare al fine di dimostrare il livello di spietatezza umana. Rimanendo immobile al centro di una stanza per 6 ore, l’artista lasciò libero il suo pubblico di farle qualsiasi cosa, usufruendo di 72 oggetti diversi disponibili, tra cui anche coltelli, asce e pistole.

Se inizialmente gli spettatori si mostrarono timidi e delicati nei confronti dell’artista, con il passare delle ore si insinuò la possibilità di fare del male senza avere ripercussione. L’artista venne così graffiata, sfregiata, spogliata, palpata e molestata.

La performance fu interrotta dal gallerista che vedendo un uomo mettere in mano alla Abramović una pistola carica puntata alla gola, pensò al peggio. Entrambi gli esperimenti dimostrarono come l’essere umano ha una chiara predisposizione al male. Il lupo decide con estrema facilità di dar sfogo alla propria natura.

Il lupo non perde mai il vizio.

Violenza gratuita, ingiustificata, cruda, spinta da un istinto animalesco. Esperimenti di ieri e fatti di cronaca di oggi sono una chiara evidenza della massima di Hobbes. L’uomo è un lupo per gli altri uomini. Non importa quanto la società si sia modernizzata, quanti passi avanti siano stati fatti. L’essere umano non è mai stato così simile alle bestie e all’istinto primordiale di schiacciare con forza l’altro.

Quando la violenza non ha un volto, non ha una motivazione, quando si nasconde dietro l’istinto, ecco che l’uomo perde tutta la sua umanità. Il lupo continua ad aggirarsi nel bosco e non tutte le Cappuccetto Rosso trovano l’aiuto del cacciatore. L’uomo che insensatamente ferisce un altro essere umano è un lupo che non perde il vizio di essere bestiale. Quando si ritornerà a dare il giusto valore alla vita?

Entra nella nostra community clicca qui: Newsletter

Sostienici, clicca qui: PINK