In occasione del debutto dello spettacolo “La Donna del Mare” di Henrik Ibsen al Teatro di Documenti di Roma dal 21 al 26 aprile 2026 per la regia di Rosario Tronnolone, abbiamo raggiunto la protagonista Arianna Ninchi che vestirà i panni della celebre Ellida.
Un ruolo tra i più famosi interpretati dall’eterna Eleonora Duse. Che effetto fa misurarti con un ruolo così importante soprattutto debuttando il 21 aprile, proprio il giorno dell’anniversario della sua scomparsa?
Il nome di Eleonora Duse è indissolubilmente legato a Ellida. Fu proprio lei a portare al successo “La donna del mare”, per poi rimanervi affezionata tutta la vita: con “La donna del mare” lasciò le scene nel 1909 e con “La donna del mare” ritornò nel 1921, dodici anni dopo…
Per quanto io abbia dovuto fare i conti un po’ da sempre con il peso della tradizione (sono figlia e nipote d’arte) confesso che, in questo caso, al debutto faticherò a non tremare. Duse per me è un faro. La sua rivoluzione è la nascita della recitazione moderna. Noi abbiamo scelto di dedicarle lo spettacolo per questa coincidenza del 21 aprile, sì. E il nostro pensiero è andato anche al suo desiderio di avere un teatro tutto bianco e dove potesse esserci una immediata connessione con il pubblico.
E il Teatro di Documenti è proprio così e credo che Duse sarebbe felice di sapere che le maree hanno portato Ellida proprio qui.
Ellida, chi è?
Ellida è una creatura del mare, una sirena affascinante e misteriosa, che si è ritrovata a vivere sulla terraferma, dove si muove incerta, come menomata e sentendosi soffocare. La nostalgia del suo ambiente naturale è vertiginosa e l’inquietudine in lei si è, ormai, fatta patologica.
Ellida ha difficoltà a farsi capire dagli altri. È una diversa, a cui sono stati sempre appioppati nomignoli orrendi: “La pagana”, nel suo paese d’origine, perché battezzata con il nome di una nave e non con un nome cristiano; “La donna del mare”, nel fiordo in cui vive, perché fa il bagno ogni giorno e con qualunque meteo.
A me sembra una donna che si è dovuta molto adattare, che chiede amore e comprensione e che ora vuole essere libera di scegliere: con una consapevolezza nuova, Ellida troverà in sé il coraggio per fare questa rivendicazione.
Io la sento affine per tanti motivi e le voglio molto bene. Capisco i suoi desideri, le sue paure, il suo essere sempre sospesa tra sogno e realtà. Le acque in cui nuota sono più fredde della mia sponda sud e il mio ambiente naturale è lacustre più che marino. I vortici li conosco anch’io, ma per andare verso di lei ho dovuto affrontare l’abbraccio delle onde e il moto delle maree.
Per me Ellida è tante cose. Una creatura da capire e amare. Un regalo inatteso. Un’occasione per la carriera. Un incontro del destino, chissà.
Ellida e il rapporto con il maschile?
Ellida è cresciuta con il padre, guardiano del faro. Ho immaginato a lungo questa sua infanzia, così singolare, che deve averla esposta a diversi tipi di intemperie. L’arrivo dello Straniero ha rappresentato per lei l’incontro con l’amore assoluto, quello che fa tremare i polsi e che fa desiderare il “per sempre”.
Rimasta invece sola, dopo la partenza obbligata del marinaio, Ellida si è adattata al matrimonio con un vedovo molto più anziano di lei, e nei cui confronti prova un amore mite, fraterno. Nel momento in cui Ellida è chiamata a fare i conti con il fantasma del suo passato, ci insegna che l’amore può avere tante forme, che tutte meritano rispetto e, soprattutto, che nessuno ci può giudicare.
La nostalgia dell’Infinito potrebbe essere il sottotitolo del testo teatrale La donna del mare di Henrik Ibsen, pubblicato nel 1888, due anni prima di Hedda Gabler, scrive il regista Rosario Tronnolone nelle sue note di regia. Puoi spiegarci cosa intende e tu come vivi questa nostalgia?
“La donna del mare” è uno dei testi più poetici di Ibsen: qui si allontana dal naturalismo per abbracciare il simbolismo. Certamente Ellida prova una vertiginosa nostalgia del mare aperto, della vita marina, dell’avventura. E il mare rappresenta l’aspirazione all’infinito, all’assoluto.
Ma tutti noi la proviamo, quella nostalgia, se abbiamo vissuto l’esperienza dell’innamoramento e dell’abbandono. Quando vivi di qua dal paradiso, aspiri a ritrovare quella via, sviluppi una naturale tensione a tornare a quei vertici emotivi, passionali, sentimentali. Se la vita non concede più il raggiungimento di certi lidi, ognuno di noi può però cercare quel sublime e quell’assoluto nella bellezza della natura incontaminata, nell’arte, nella poesia. Basta ascoltare quella voce che ci chiama, invitandoci a superare le dimensioni del nostro cuore.
Quanto a me…ci faccio i conti quotidianamente, con la nostalgia. Ma il lavoro che faccio mi porta spesso altrove, in una dimensione in cui ancora siamo liberi di sognare.
I compagni di viaggio?
Marco Bellizi è Lo Straniero. Stefano Licci è mio marito Wangel. Luca Manneschi è il giovane scultore Lyngstrand. Rosario Tronnolone è Arnholm, l’amico fidato. Sono persone stupende, oltre che attori di talento. Di loro conoscevo solo Rosario Tronnolone, che anche ci dirige. Ti confesso, però, che a volte ho avuto la sensazione di aver già avuto a che fare con tutti loro, tanto profonda è stata la sintonia tra di noi.
Quali donne del passato ti piacerebbe interpretare a teatro?
Le partigiane, sicuramente. E poi amerei portare in scena la storia di mia zia Annie e del suo viaggio in Lambretta Pesaro-Bombay.
Il futuro artistico?
Ancora teatro: un progetto nella mia Romagna con Gianni Guardigli; uno siciliano con Anne Riitta Ciccone; e in autunno di nuovo Roma con Rosario Tronnolone e Luca Manneschi. I loro nomi vi dicono qualcosa?
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