Dal 21 aprile 2026 al Teatro 7 di Roma, la Gasbarri porterà in scena lo spettacolo “Re-Fusi” un testo di Roberta Skerl, una commedia colta e spiazzante che trasforma ogni “refuso” in una risata liberatoria.

Intervista alla regista Vanessa Gasbarri.

Re-Fusi” è un ritorno affettivo e artistico. Io e Roberta Skerl ci conosciamo dal 2013, anno in cui ho diretto la prima messa in scena del testo con un cast straordinario: Saverio Marconi, Fabio Avaro, Enzo Casertano e Maria Lauria. È uno spettacolo che mi è rimasto addosso, come fanno le storie che non smettono mai di dire qualcosa.

Dopo tredici anni torno a rimetterlo in scena con una nuova compagnia: Alessandro Salvatori, Andrea Perrozzi, Walter Del Greco e Veronica Milaneschi. Anche loro stanno affrontando lo stesso viaggio dei loro predecessori, ma con un passo diverso, un’ironia diversa, un colore diverso. Le due compagnie mi hanno soddisfatta in modo meravigliosamente “uguale e diverso”: uguale per la dedizione e la cura verso il testo; diverso perché ogni attore porta un sapore nuovo, e quello di quest’anno è particolarmente prezioso.

E poi torno al Teatro 7, che per me è una seconda casa. Michele La Ginestra, il direttore, accoglie lo spettacolo con la sua consueta generosità, e sono certa che il pubblico entrerà in empatia con questo mondo di errori, sbagli e refusi che, diciamolo, ci assomigliano parecchio.

La scrittura di Roberta Skerl.

Roberta ha una scrittura che non fa rumore, ma lascia il segno. È chirurgica senza essere fredda, ironica senza essere leggera, profonda senza essere pesante. I suoi personaggi non cercano di piacere: cercano di sopravvivere, che è molto più interessante.

Mi affascina la sua capacità di trasformare l’imprevisto in una forma di poesia. Nei suoi testi il refuso non è un errore: è un indizio. E io, che di refusi me ne intendo, trovo la sua scrittura irresistibile.

L’appartamento di Rodolfo, il protagonista interpretato da Alessandro Salvartori, è un labirinto psicologico?

L’appartamento di Rodolfo è la sua mente messa in scena. Ogni oggetto è un ricordo che non vuole essere affrontato, ogni disordine è un pensiero lasciato a metà, ogni accumulo è una difesa. Ho costruito la scenografia come una mappa emotiva: percorsi che si interrompono, porte che aprono e chiudono allo stesso tempo, zone d’ombra che parlano più delle parole.

Il pubblico entra in casa sua come si entra in un cervello che ha bisogno di una revisione ma non ha ancora trovato il coraggio di prenotarla.

Di nuovo una commedia ambientata a Roma. Che tipo di Roma è quella di “Re-Fusi” e come influenza i protagonisti della commedia?

È una Roma che non si mette in posa. Non è la Roma da cartolina, ma quella che ti parla dal marciapiede, dal bar, dal citofono che non funziona. È una città che ti accoglie e ti giudica nello stesso tempo, che ti consola e ti provoca, che ti fa ridere mentre ti mette alla prova.

E quest’anno giochiamo anche con qualche sorpresa linguistica che sposta lo sguardo, che fa uscire lo spettacolo dalla romanità più prevedibile e lo porta in territori inaspettati. Perché, quando cambi accento, cambi anche orizzonte.

Scrivi: la perfezione è solo un’illusione e che la vera bellezza risiede proprio nell’imprevisto e nel “refuso” quotidiano. In che modo è possibile trasformare l’imprevisto in un’opportunità di libertà?

I refusi, io li conosco bene. Nel 2009 ero all’Aquila, incinta, convinta di avere tutto sotto controllo: una casa, un lavoro stabile al TSA, un futuro già tracciato. Poi il 6 aprile, il terremoto ha ribaltato tutto. In un attimo mi sono ritrovata senza casa, senza certezze, senza lavoro, con una bambina in arrivo e una vita completamente da ricostruire. È stato il mio grande refuso.

Non che io ringrazi il terremoto, ha distrutto vite, sogni, speranze, e questo non si può né dimenticare né romanticizzare, ma ringrazio la mia tenacia, la mia determinazione, la mia capacità di non affogare in un mare di disperazione. Quel refuso mi ha costretta a cambiare direzione, a reinventarmi, a trovare una strada che non avrei mai immaginato. E il dono più grande è stata mia figlia, che oggi ha 17 anni e che da allora è il centro luminoso di tutto.

Per questo dico che l’imprevisto può diventare libertà: perché quando la pagina si strappa, sei costretta a riscriverla. E a volte la nuova versione è più vera della precedente.

Il teatro italiano e le donne?

È un ambiente che sta cambiando, ma con la lentezza di un vecchio sipario pesante. Le donne ci sono, lavorano, dirigono, inventano, ma spesso devono dimostrare il doppio per ottenere la metà. 

La regia, poi, è ancora percepita come un territorio “autorevole”, e quindi, per qualche misterioso retaggio, maschile.

Ma le nuove generazioni stanno ribaltando il tavolo con una naturalezza disarmante. E questo è un bene: il teatro ha bisogno di più sguardi, non di più etichette.

Consigli a una giovane regista?

Non avere fretta e non avere paura!

La regia è un mestiere che si costruisce osservando gli esseri umani, non solo i copioni. La formazione va affrontata in modo trasversale: leggere, guardare, ascoltare, viaggiare, sbagliare. Soprattutto sbagliare.

E poi scegliere con cura le proprie battaglie: non tutto merita la nostra energia, ma ciò che la merita va difeso con ostinazione e un pizzico di ironia, che salva sempre.

I prossimi progetti artistici?

Ho parecchia carne al fuoco e più di una trasformazione in corso. Alcuni progetti riguardano il palcoscenico, altri la scrittura, altri ancora un certo laboratorio creativo che non vedo l’ora di svelare. 

Sono percorsi diversi, ma tutti attraversati da un’unica ossessione: la metamorfosi. 

E quando lavori con la metamorfosi, ti ritrovi sempre con qualche creatura nuova dietro l’angolo.

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