Due coscienze, due solitudini, un unico filo che non si spezza. Un racconto coraggioso che dà voce all’indicibile e trasforma il dolore in presenza.

Cosa accade quando il filo che unisce due persone viene teso fino quasi a spezzarsi, ma rimane ancorato a un corpo che non risponde più? In “Una vita quasi perfetta”, Patrizia Ciava compie un’operazione narrativa coraggiosa e profondamente umana: non si limita a raccontare il dolore di chi resta a guardare, ma dà voce anche a chi è intrappolato nel buio del coma. Un romanzo che trasforma una tragedia in un poema a due voci sulla resistenza dell’anima.

Lei.

In “Una vita quasi perfetta”, la vita della protagonista e di suo figlio, di pochi mesi, viene polverizzata in un istante, quando il marito finisce in stato vegetativo a causa di un evento traumatico. Da quel momento, la sua esistenza si sdoppia. Da una parte c’è la lotta quotidiana di lei, fatta di assistenza, speranze deluse e la necessità di tenere in piedi i resti di una famiglia. È costante la volontà di mantenere saldo un filo che, però, a poco a poco, inizia a diventare sempre più fragile.

Lui.

Dall’altra, però, emerge la voce di lui: una rockstar con una vita da sogno e che possiede tutto. Ma, nonostante questo, in lui c’è un disagio, un angolo oscuro che ad un certo punto, permetterà al lettore di capire quell’attimo che mette tutto in discussione. Tra lei e lui c’è qualcosa, non sono solo vite parallele, ognuna con le sue difficoltà: in realtà, sono la stessa vita.

La dualità di un dolore condiviso.

L’intuizione più potente di Patrizia Ciava è proprio l’uso della doppia prospettiva. Se la voce della protagonista è carica di una concretezza dolorosa, fatta di stanchezza e di un amore che deve farsi carico di tutto, la voce di lui è sofferente, confusa ma anch’essa carica di amore.

Tale espediente narrativo permette al lettore di percepire il dramma nella sua interezza: non vediamo solo la sofferenza esterna, ma entriamo nel “limbo” di chi vive un’esistenza sospesa. L’autrice gestisce questa alternanza con grande equilibrio, evitando facili sentimentalismi e concentrandosi sulla tensione costante tra il desiderio di comunicare e l’impossibilità fisica di farlo. È un viaggio psicologico che esplora i confini della coscienza e la forza dei legami che vanno oltre la parola.

Non esiste una scelta giusta.

Il dramma che si consuma tra le pagine attraverso le parole e la sofferenza della protagonista è qualcosa che smuove dentro. Non si può restare indifferenti davanti alla scelta di lasciare andare per sempre la persona che si ama. Ma non è giusto giudicare chi fa scelte dolorose ma diverse. Perchè anche questo è amore!

Riflessione finale: la bellezza oltre il muro del silenzio

“Una vita quasi perfetta” ci insegna che il legame tra due persone non si interrompe con l’assenza della risposta. Il dramma dei due protagonisti è il simbolo di una lotta universale contro l’impotenza: lei combatte contro la realtà, lui contro il proprio silenzio. Questo romanzo ci lascia con una domanda profonda: quanto di noi resta negli altri quando non possiamo più “esserci”?

È una storia che lascia un segno, è una storia che racconta la quotidianità di molti che i qualche modo hanno vissuto o stanno vivendo un dramma simile. Tale dolore e consapevolezza nasce dal proprio vissuto, come ci racconta l’autrice a cui abbiamo posto delle domande.

Sin dalle prime pagine “leggiamo” il dolore della protagonista*. È vivo, toccante, estremamente reale. La capacità di renderlo così nasce da esperienze dirette o indirette?

Sì, ho voluto raccontare sin dalle prime battute il dramma di questa giovane donna che combatte disperatamente nella speranza di riportare alla vita il suo uomo. Lei si trova in quella dimensione sospesa in cui l’assenza sembra ancora una presenza; finché può ancora vederlo, toccarlo, rifiuta di arrendersi al verdetto dei medici. È una reazione normale, umana, voler trattenere chi amiamo. L’ho sperimentata anch’io.

Quando mia madre è stata colpita da un ictus e i medici mi hanno chiesto di sospendere l’alimentazione parentale e lasciarla andare. Dover prendere una decisione al posto di chi non può più farlo è devastante. In quel momento sorgono mille dubbi: e se i medici si sbagliassero? E se lei volesse continuare a vivere? Si vuole fare quello che è più giusto per la persona amata, ma c’è anche l’egoismo di volerla trattenere a tutti i costi. Si attraversa una fase di negazione, un rifiuto di accettare l’evidenza.

Ci si aggrappa alla speranza che possa ancora riprendersi. Che tutto possa tornare come prima. Si cerca qualsiasi segnale; un respiro, un battito di ciglia. È una lotta interiore che consuma. Ecco, ho cercato di rendere questo dramma dove speranza e disperazione si alternano, ma senza voler dare risposte. Perché credo che non ci siano soluzioni giuste o sbagliate, ciascuno deve trovare dentro di sé la risposta.

Il libro parla di una situazione molto comune ma di cui si parla ancora poco. È uno degli obiettivi che hanno dato vita al romanzo?

Sì, è sicuramente uno degli aspetti che mi hanno spinto a scrivere questo romanzo. Negli ultimi anni si è parlato delle decisioni di fine vita, ma più in termini morali e legali che psicologici. In particolare, non si parla del dramma che vive chi deve prendere la decisione di “staccare la spina”. Perché un conto è scegliere per sé, un altro è dover decidere per qualcuno che non può più farlo.

Anche quando esiste un testamento biologico, resta sempre un dubbio: quella scelta è stata fatta in un momento di lucidità, di assenza di malattia. Ma nel momento cruciale, la sua volontà resterebbe la stessa? Ho voluto raccontare il dolore di chi si trova a dover compiere questa scelta mentre si trova davanti a un proprio caro che, in un certo senso, c’è ancora.

Se il romanzo riesce a dare voce, anche solo in parte, a chi vive questa esperienza, credo di aver raggiunto uno degli obiettivi più importanti. Ma, soprattutto, spero che chi legge arrivi a fermarsi un attimo e a chiedersi: cosa farei io? Perché, in fondo, nessuno può sapere come reagirebbe, finché non si trova davanti a una scelta simile.

Tutta la storia sembra ruotare intorno alla coscienza. È davvero questo il cuore del romanzo?

Sì, lo è, ma è importante chiarire in che senso utilizzo questo termine. Nel romanzo, la coscienza non è intesa in senso morale, bensì come consapevolezza di esistere: quella dimensione interiore fatta di emozioni, ricordi, percezioni, sentimenti. È ciò che ci fa dire “io sono”, ciò che ci permette di sentire, di amare, di soffrire. Interrogarsi su cosa sia la coscienza significa interrogarsi su cosa significhi davvero essere vivi.

Per questo motivo, nel romanzo ho voluto introdurre un piccolo mistero: c’è un altro personaggio, un celebre musicista e rockstar, che sembra vivere una vita perfetta. Chi è? In che modo è legato alla protagonista? Un puzzle che nelle ultime pagine si ricompone, donando al lettore una versione inaspettata della storia e portandolo a porsi una domanda semplice ma allo stesso tempo vertiginosa: possiamo esistere indipendentemente dall’attività cerebrale?

Il romanzo si muove proprio su questo quesito: siamo davvero soltanto il prodotto di connessioni neuronali? Oppure esiste una parte di noi che sfugge a ogni misurazione scientifica ma ci rende unici, irripetibili, profondamente vivi?

Non si può insegnare a qualcuno a lasciare andare, ma si può far capire quando è il caso di farlo. Che confine c’è tra l’amore e la perdita?

Non esistano risposte semplici a questa domanda. Credo che il confine tra l’amore e la perdita sia uno dei più difficili da riconoscere, proprio perché l’amore, istintivamente, tende a trattenere.

Quando si ama, si vorrebbe conservare l’altro accanto a sé a qualunque costo, perché l’idea della perdita appare insostenibile. Per questo lasciare andare non è mai un gesto spontaneo: è un apprendimento doloroso, un esercizio interiore che richiede di dominare l’istinto più profondo. Ma, ad un certo punto, ci si rende conto che l’amore non può fermarsi al proprio bisogno di tenere l’altro con sé, si deve riuscire a considerare non solo il proprio dolore, ma anche il bene e la dignità della persona amata, domandandosi che cosa sia davvero meglio per lei.

Perché il nostro desiderio di non perderla potrebbe significare una condanna a una non-esistenza per lei. Il problema è che, in situazioni simili, questa consapevolezza si intreccia molto facilmente con il senso di colpa. Spesso il dubbio più lacerante non è solo “sto facendo la cosa giusta?”, ma anche “sto scegliendo davvero per amore, o perché non mi sento capace di sostenere il peso della sua condizione?”. Si insinua il timore di essere egoisti, la paura che il desiderio di lasciar andare possa essere interpretato come un rifiuto di prendersi cura dell’altro, come una forma di abbandono.

E questo rende tutto ancora più difficile. Per questo credo che non esistano risposte semplici. Occorre una consapevolezza profonda, una ricerca interiore, per distinguere tra il bisogno di trattenere per sé e il coraggio di compiere il gesto più difficile: accettare la perdita come estrema forma di rispetto e di amore verso l’altro. La protagonista riuscirà a compiere questo percorso? Lo scopriremo solo leggendo!

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