Milano Cortina 2026: le atlete che stanno riscrivendo la storia delle Olimpiadi. Dovevano “coronare i vincitori”. Stanno vincendo loro. E lo fanno con una sportività che ribalta un secolo di stereotipi.
Alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 le donne non stanno solo conquistando medaglie. Stanno ridefinendo il significato stesso di competizione. Prestazione altissima. Numeri solidi. Ma anche gesti che parlano di un altro modo di stare nello sport. Ed è impossibile non pensare a quanto lontano siamo da ciò che il fondatore dei Giochi moderni immaginava per loro.
Quando le donne dovevano restare a bordo pista.
È stata la mia amica, la giornalista e scrittrice Carla Cucchiarelli a ricordarmi che Pierre de Coubertin, padre delle Olimpiadi moderne, era netto:
“I Giochi Olimpici devono essere riservati agli uomini; il ruolo delle donne dovrebbe essere soprattutto quello di coronare i vincitori.”
La donna come ornamento. Come cornice. Come presenza decorativa. A Milano Cortina 2026 quella visione è definitivamente crollata. Non per polemica. Per realtà.
I numeri non sono simbolici. Sono concreti.
L’Italia sta vivendo una delle sue migliori edizioni invernali di sempre. E a trainare il medagliere sono soprattutto le donne.
Le atlete italiane hanno conquistato la maggior parte degli ori individuali, superando gli uomini nelle discipline singole. Sci alpino, biathlon, pattinaggio di velocità: le vittorie femminili non sono eccezioni. Sono struttura.
Questo dato non è solo sportivo. È culturale.
Per decenni lo sport femminile è stato considerato “minore”, meno spettacolare, meno mediatico, meno finanziato. Oggi le atlete italiane dimostrano che quando l’investimento cresce, il talento esplode.
Non è una sorpresa. È una conseguenza.
I gesti che cambiano la cultura sportiva.
Non è teoria. È accaduto davvero.
C’è un’immagine che vale quanto una medaglia. Al termine di una gara di fondo, le atlete medagliate hanno atteso l’ultima arrivata. L’hanno accolta al traguardo con abbracci, sorrisi, applausi. Non era retorica. Era riconoscimento. In uno sport fondato sulla competizione pura, fermarsi per chi arriva dopo significa affermare una verità semplice: il valore non coincide solo con la posizione in classifica.
Questa è sportività. E questa sportività ha un volto femminile che non chiede scusa per esistere.
Nel biathlon, dopo una gara durissima, le avversarie si sono fermate a sostenere un’atleta che aveva sbagliato l’ultimo poligono e perso la medaglia. Le hanno parlato, le hanno sorriso, l’hanno tenuta dentro il cerchio, non fuori.
Nello sci alpino, subito dopo l’arrivo, abbiamo visto atlete che avevano appena perso per pochi centesimi complimentarsi con lucidità e rispetto, senza scenate, senza teatralità. Con la consapevolezza che la grandezza dell’altra non diminuisce la propria.
Sono dettagli? No.
Sono segnali di un’etica diversa. Competizione altissima. Ma senza disumanizzazione. È questa la differenza culturale che si sta vedendo a Milano Cortina 2026: vincere non significa isolarsi. Significa restare parte di una comunità agonistica.

Il “miracolo” Brignone (che miracolo non è).
Tra le protagoniste assolute c’è Federica Brignone.
Oro in Super-G. Oro in gigante.
Ma dietro questa doppietta c’è qualcosa che assomiglia a un miracolo sportivo. Brignone arrivava da un infortunio serio, da mesi in cui il corpo non rispondeva come prima, da un lavoro di recupero che è stato prima mentale che fisico.
È tornata. Ha ricostruito. Ha rischiato. E poi ha dominato. Chiamarlo miracolo è comodo. In realtà è metodo, disciplina, capacità di attraversare la fragilità senza farsene schiacciare.
C’è una maturità diversa in queste vittorie. Non l’esplosione della giovane promessa. Ma la forza consapevole di chi sa quanto costa restare al vertice — e decide di farlo comunque.
Oltre la vittoria: un nuovo immaginario.
Milano Cortina 2026 segna un passaggio storico anche per un altro motivo: sono tra i Giochi più equilibrati di sempre per partecipazione di genere.
Non è più un’eccezione vedere donne protagoniste assolute. È la normalità. E questo cambia l’immaginario collettivo. Cambia le bambine sugli sci. Cambia le adolescenti che scelgono uno sport agonistico. E cambia la narrazione.
Perché quando vinci e allo stesso tempo abbracci chi non ha vinto, stai dicendo qualcosa di enorme: la competizione non cancella l’umanità.
La risposta più elegante a un secolo di esclusioni.
Se Coubertin immaginava donne ferme a “coronare” uomini vittoriosi, Milano Cortina ci mostra donne che si incoronano da sole. Con il talento. Con il lavoro. Con la disciplina.
E con una grazia che non è debolezza, ma forza consapevole. Non stanno chiedendo spazio. Lo stanno occupando. Non stanno dimostrando di essere “all’altezza”. Sono l’altezza.
E forse la vera rivoluzione di queste Olimpiadi non è nel medagliere. È nell’immagine di un’atleta che, dopo aver vinto, si volta indietro e tende la mano.
Perché la grandezza non è arrivare prima.
È non dimenticare chi arriva dopo.
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