Esce nelle sale italiane, il 15 gennaio, Divine Comedy, quarto film del regista iraniano Ali Asgari. Racconta, con sottile ironia, la difficoltà di dirigere e proiettare pellicole a Teheran

Una Vespa corre per le strade di una città non ben identificata. Potrebbe essere una scena tratta da un film di Nanni Moretti, ma lo scooter è rosa e alla guida c’è una ragazza con il casco. Inizia così il film Divine Comedy, quarto film del regista iraniano Ali Asgari, potente e irriverente atto d’accusa nei confronti del modo di gestire la cultura e il cinema nel suo Paese.

Scopriremo subito che siamo a Teheran, la ragazza si chiama Sadaf, è una produttrice cinematografica, ha i capelli con ciocche tinte di blu e non indossa l’hijab, ma a volte una semplice fascia. E già questa peculiarità la dice lunga sul carattere della giovane, incapace di trattenere le risposte e rispettare le regole. Riesce persino a farsi consegnare una dose di droga con un drone.

Incarna la generazione di studenti e studentesse che, dopo la morte di Masha Amini, si batte per cambiare le regole nel paese, a volte rischiando la vita.  Con lei, sulla Vespa, viaggia Bahram Ark, il regista quarantenne del film che vorrebbero mostrare al pubblico, se non fosse per la censura.

Il Ministero della Cultura, infatti, prima di concedere il visto, vorrebbe tagliare alcune scene, ma Bahram si oppone e rivendica il proprio diritto di espressione. Il regista veste come Woody Allen e lo ricorda per quel suo look intellettuale, semplice e colto ma anche per l’acuta ironia.

Ha un fratello, Baham, che ha la stessa passione e svolge la stessa attività, però si è piegato alle regole interne, ha successo ed è accettato nel Paese. Con i primi soldi che hanno guadagnato, da bambini, sono riusciti ad acquistare un videoregistratore per vedere e rivedere Matrix.

La pellicola, presentata a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta un viaggio ironico e interessante in un mondo poco conosciuto.

Tutto il film è ricco di citazioni e riferimenti cinematografici, basti pensare alla grande foto di Jean-Luc Gorard nella bella casa di Baham, o a La vita di Adele, richiamata dai capelli blu di Sadaf. Si ride molto e si riflette osservando la pellicola, un vero e proprio viaggio attraverso un mondo che noi conosciamo poco.

Un incontro dopo l’altro, una proposta dopo l’altra, troviamo un Iran che si dibatte tra negazioni e divieti, per paura di perdere il potere e un altro che combatte silenziosamente, come fanno Bahram e Sadaf che, alla fine, decidono di proiettare la pellicola in modo clandestino. Il pubblico accorrerà numeroso, sfidando la sorte, quasi a dire che il cinema non morirà e troverà sempre la strada per farsi conoscere e ammirare.

«Ridere è un atto di resistenza» secondo il regista iraniano che ha lavorato in Italia e conosce bene la nostra lingua.

La forza della pellicola è nella sua leggerezza, scivola davvero insieme alla Vespa per le strade che raccontano la difficoltà dei cineasti nel realizzare e proporre film d’autore e contenuti diversi in Iran. Come Dante, il regista di Divine Comedy cerca di trovare la luce, di ribadire il suo diritto di dire no.

In un complesso incrocio tra finzione e verità, la pellicola ha un suo fascino nascosto: i tre protagonisti sono tutti personaggi reali. Sadaf Asgari (nipote del regista) è un’attrice iraniana, ha già recitato con Ali Asgari nel film Kafka a Teheran e ha il divieto di lavorare in patria, dopo aver partecipato al Festival di Cannes.

Vederla sullo schermo è già un atto rivoluzionario. Bahram e Baham Ark sono effettivamente fratelli e registi, hanno conosciuto, a loro volta, la censura e si trovano a interpretare, in modo romanzato, la loro esperienza. Quanto ad Ali Asgari – che parla bene l’italiano – ha spiegato che l’idea gli è venuta dopo aver veramente proiettato il suo ultimo film in piccole sale clandestine a Teheran. Lo ha fatto perché voleva vedere e discutere la pellicola con il suo pubblico e non solo con quello dei contesti internazionali.

Ha scelto l’ironia per sottolineare l’assurdità della censura iraniana e per non ripetere percorsi già visti. Il cinema iraniano non è solo triste come il periodo che sta attraversando il paese. Ridere, ha detto, è un atto rivoluzionario, liberatorio, un’arma contro il sistema.

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