La redazione di Pink Magazine Italia è unita e solerte nella lotta contro la disinformazione. Ma vogliamo fare un passo avanti. E vogliamo concentrarci sugli uomini che raccontano di donne. La nostra provocazione!
Basta! In redazione sono giorni concitati, in cui ci siamo guardate l’una con l’altra e abbiamo detto: adesso davvero basta, non se ne può più! Stiamo visionando centinaia di servizi televisivi riguardanti i recenti e drammatici femminicidi.
Perché spesso si lavora troppo sui particolari macabri e poco invece sulle implicazioni giuridiche e culturali. Le parole Patriarcato o Maschilismo non vengono quasi mai usate, se non con accezioni propagandistiche e a volte assurdamente leziose.
E in particolare stiamo guardando i servizi televisivi di giornalisti uomini, perché siamo convinte che il cambiamento passi anche dal loro racconto di fatti che riguardano noi donne.
È assodato che le giornaliste abbiamo più sensibilità verso temi come la violenza e la disparità. E loro le seguiamo e supportiamo ogni giorno, siamo nate per questo e resteremo un loro baluardo. Ma è per questo che vogliamo concentrare i nostri sguardi sugli uomini che raccontano di donne.

Dalla parte di lei.
“Se le donne cambieranno, gli uomini saranno costretti a cambiare. Ma non lo faranno senza opporre una considerevole resistenza. Nessuna classe dominante ha mai abdicato ai propri privilegi senza lottare” diceva Susan Sontag.
Ma ci sono uomini che hanno scelto di stare dalla parte della parità, dell’uguaglianza e del diritto.
Basta alla spettacolarizzazione del dolore!
La “tv del dolore” è un tipo di comunicazione soprattutto televisiva che enfatizza il dramma personale o collettivo come se fosse uno spettacolo (a volte troppo macabro e insensato), spesso in modo eccessivo e con una scarsa attenzione alla riservatezza e al rispetto della persona che ha subito una perdita, un dolore, una violenza.
Troppi programmi invece di limitarsi a riportare gli eventi, li trasformano in uno spettacolo, in modo da generare un interesse morboso più per il lato emotivo che per quello della mera informazione giornalistica.
La spettacolarizzazione del dolore può portare alla manipolazione emotiva del pubblico, che si lascia trascinare dalle emozioni forti. Una deriva tragica da evitare a tutti i costi. Ecco perché va premiato e incoraggiato chi si batte per la buona informazione.
I criteri che ci convincono.
Per dire basta alla disinformazione, dicevamo, stiamo visionando tantissimi servizi, soprattutto delle televisioni locali. Ce ne sono alcuni in particolare che ci piacciono.
E così abbiamo pensato di premiare simbolicamente il giornalista (sì, avete capito bene, il giornalista uomo) che meglio ha riportato la notizia nuda, cruda ma soprattutto vera. Un giornalista che ha usato, come da manuale le 5 W del mestiere: Who (Chi?), What (Cosa?), When (Quando?), Where (Dove?) e Why (Perché?).
Alla fine del mese stabiliremo chi tra i conduttori televisivi delle emittenti locali e nazionali si è distinto per il suo impegno sulla parità di genere, nella lotta contro la violenza sulle donne, attraverso puntate dedicate, collegamenti, servizi e speciali in onda su diversi canali internazionali, nazionali e locali.
Scrivici per raccontarci la tua esperienza con la disinformazione e chi secondo te tra i conduttori televisivi è quello che più rispecchia la buona informazione, raccontaci del tuo Basta! alla spettacolarizzazione morbosa della violenza sulle donne.
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Immagine di copertina di Christiano Sinisterra





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