Solitudine. In questo periodo è una parola con la quale siamo costretti a rapportarci forse più del solito. Alcuni di noi pensano che la solitudine veicoli significati ed emozioni negative ma non sempre è così. Non significa solo “essere soli” o “incapaci di stare insieme agli altri”, ma è anche uno strumento, un’opportunità oserei dire per stare con noi stessi e che ci permette di scavare dentro di noi per imparare a conoscerci meglio e affrontare e guardare il mondo con occhi diversi. Proprio per questo oggi vi racconterò la storia di una donna che ha fatto della sua piccola stanza, nella quale aveva deciso di auto recludersi, il suo mondo e che dalla sua solitudine ha creato alcune tra le più belle poesie che siano mai state scritte: Emily Dickinson.

Nella cittadina di Amherst (Massachusetts) il 10 dicembre del 1830 venne al mondo Emily Elizabeth Dickinson. Questa piccola e indifesa creatura catapultata improvvisamente nel mondo là fuori sarebbe diventata una delle poetesse più apprezzate del mondo e considerata tra i migliori lirici moderni. Emily crebbe in una famiglia borghese di tradizioni puritane ma ebbe sempre un rapporto particolare con la religione. La religione di Emily non era ortodossa, non era dottrinaria: a poco a poco smise di partecipare a rituali e cerimonie religiose fino a rifiutarsi di andare in chiesa e a fondare una teologia personale. È importante sottolineare questo suo rapporto con la religione perché sarà uno dei temi principali delle sue poesie più conosciute e amate.

Come ho già anticipato all’inizio, Emily visse – ad eccezione di un viaggio a Washington nel 1855 – per tutta la vita in casa sua fino ad estraniarsi volontariamente dal mondo e a rinchiudersi nella propria camera al piano superiore della casa paterna. Quella stanza era ormai diventata il centro del suo universo ed è riportato che non ne uscì mai, nemmeno per recarsi al funerale dei suoi genitori. Decise inoltre di vestirsi sempre di bianco, il colore della purezza per eccellenza. Questo particolare ha contribuito ad accrescere l’aura di enigmaticità e di mistero intorno alla sua figura. La leggenda della sua vita ce l’ha consegnata come una “bambola di porcellana” troppo fragile per il contatto umano. Parlò soltanto con lettere e poesie, spesso interscambiabili: “Questa è la mia lettera al mondo che non ha mai scritto a me” recita una delle sue poesie più famose.

Il tratto distintivo delle sue liriche è l’introspezione appassionata, lo scavo incessante e impietoso dell’anima. La solitudine, la morte, il drammatico colloquio con un Dio assente sono fra i suoi temi principali, temi profondi nei quali l’io di Emily si manifesta attraverso immagini incorporee o semplici ed umili creature del mondo naturale, come un uccellino, un fiore, un ragno.

Emily Dickinson morì nella stessa casa in cui era nata 55 anni prima circondata dalle quattro pareti di quella stanza così piccola ma che racchiudeva un universo agli altri invisibile e precluso. Da un’esistenza che in molti definirebbero “vuota” o “noiosa”, lei ha creato dei componimenti, piccoli tasselli di felicità, che non moriranno mai e che saranno per sempre ricordati perché, come scrisse lei stessa, “chi è amato non conosce morte”.

Se con questo articolo ho suscitato in voi l’interesse verso la figura di Emily Dickinson e la volete approfondire vi consiglio l’affascinante biografia scritta da Sara Staffolani dal titolo “Le colline, il tramonto e un cane. Vita e poesia di Emily Dickinson” (Collana Windy Moors, flower-ed, 2019) in cui l’autrice oltrepassa la porta di quella stanza decifrando con curiosità e passione il cuore enigmatico della più grande poetessa americana di tutti i tempi.