Come la narrativa romantica ha costruito un’idea di amore basata sulla sofferenza e perché oggi serve riscrivere i modelli emotivi.
Il mito romantico e cosa ci ha insegnato.

Per secoli ci hanno raccontato che l’amore è attesa, sacrificio e sopportazione. E così, abbiamo imparato molto presto che voler bene significa resistere. Nelle fiabe, nei romanzi e poi nel cinema, l’amore è quasi sempre una prova da superare. Più è difficile, più viene considerato vero.

Mentre parliamo sempre di più di educazione emotiva e consapevolezza, una domanda diventa inevitabile: l’amore romantico, così come ci è stato insegnato, è davvero una forma sana di educazione sentimentale oppure è diventato una narrazione tossica che normalizza la mancanza, la dipendenza e l’asimmetria?

Interrogare il mito dell’amore romantico non significa smettere di credere nell’amore. Significa distinguere l’intensità dalla sofferenza e il desiderio dalla rinuncia.

La letteratura classica e l’educazione alla sofferenza.

Se osserviamo le storie che hanno formato il nostro immaginario collettivo, troviamo quasi sempre lo stesso schema. L’amore nasce come ostacolo, cresce attraverso il conflitto e si legittima nella prova. In Romeo e Giulietta l’amore è assoluto perché conduce alla morte. In Cime tempestose è passione perché distrugge chi lo vive. Anche quando le storie finiscono bene, il percorso è fatto di incomprensioni, attese e sacrifici.

Così, il conflitto diventa desiderabile e la stabilità appare sospetta, quasi priva di valore narrativo.

Jane Austen e l’ambiguità del romanticismo.

Anche la grande letteratura romantica, come quella di Jane Austen, contiene questa ambivalenza. In Orgoglio e pregiudizio Elizabeth Bennet rifiuta un matrimonio conveniente e sceglie solo quando può restare fedele a se stessa. Eppure, nella memoria collettiva è rimasto soprattutto il fascino dell’ostacolo, non il messaggio di autonomia.

Abbiamo conservato la parte sentimentale, ma spesso abbiamo dimenticato quella politica.

Teen drama e normalizzazione della mancanza.

In molte (troppe) serie tv contemporanee e i teen drama, questo schema si è rafforzato. L’amore è raccontato come un continuo stare in sospeso. Lei ama, lui è confuso. Lei aspetta, lui scappa. In questo modo, l’educazione sentimentale diventa educazione alla mancanza.

La gelosia viene presentata come prova di sentimento, la sofferenza come profondità emotiva, l’instabilità come segno di passione autentica. Quando invece una relazione è semplice e reciproca, viene descritta come noiosa.

Ma ora la tendenza sta cambiando, le case editrici e quelle di produzione tv ora cercano storie più dense, con personaggi che affermano sé stessi non solo attraverso l’amore. Anzi.

Social media e romanticizzazione del dolore.

Oggi questa narrazione si è spostata anche sui social. Su TikTok e Instagram circolano frasi che trasformano il dolore in romanticismo. Se fa male, è amore. Se ti ignora, è perché ti vuole davvero. Così, il linguaggio dell’amore diventa un linguaggio di giustificazione.

Si giustifica l’assenza, si giustifica il silenzio, si giustifica lo squilibrio emotivo. E intanto si impara che amare significa interpretare continuamente l’altro, invece di essere scelti.

Quando l’amore diventa educazione sentimentale tossica.

A forza di raccontare l’amore come una prova, abbiamo costruito un modello educativo basato sull’attesa, sulla sopportazione e sulla speranza di cambiare chi non c’è. Perciò, molte donne crescono pensando che restare sia una forma di valore, anche quando non sono riconosciute.

Da qui nasce una delle più grandi confusioni emotive della nostra cultura: scambiare la resistenza per profondità.

Verso una nuova educazione sentimentale.

Quindi, non si tratta di abolire l’amore romantico, ma di riscriverlo. Serve un nuovo racconto in cui non è una guerra da vincere ma una relazione da abitare. Un amore che non chiede eroismo, ma presenza., che non misura l’intensità con la sofferenza, ma con la cura.

Raccontare relazioni sane come atto culturale.

Raccontare relazioni sane è oggi un atto culturale rivoluzionario. È più difficile, perché il conflitto è narrativamente seducente e il dramma vende. Eppure, proprio per questo è necessario.

Dire che l’amore può essere stabile, quotidiano e imperfetto significa restituirgli una dimensione umana, non spettacolare ma vera.

Riscrivere il linguaggio dei sentimenti.

Per questo, la vera rivoluzione non è smettere di amare, ma smettere di chiamare amore ciò che consuma. Così, l’educazione sentimentale non può più essere una scuola di resistenza, ma una scuola di riconoscimento: di sé, dell’altro e del limite.

E allora, forse il problema non è l’amore romantico in sé, ma la storia che abbiamo deciso di raccontare sulle emozioni. Perché un sentimento vero non dovrebbe insegnarci a soffrire meglio. Dovrebbe insegnarci a stare meglio.

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