Per secoli ci hanno raccontato che l’eroe era uno solo: Ulisse. Astuto, geniale, irresistibile. Tutto il resto – donne, ancelle, dee – cornice. O peggio: tentazioni. Poi arriva una nuova stagione di traduzioni dell’Odissea e qualcosa scricchiola. Finalmente.

Negli ultimi anni, alcune traduzioni contemporanee – la più discussa è quella di Emily Wilson, prima donna a tradurre l’Odissea in inglese – hanno fatto una cosa semplicissima e rivoluzionaria: hanno tradotto davvero. Senza aggiungere giudizi morali che nel greco originale non esistono. Senza “abbellire” Ulisse. Senza demonizzare le donne.

Risultato? Le ancelle impiccate da Telemaco non sono più “servette promiscue”, ma schiave violentate. Penelope non è solo l’angelo del focolare paziente, ma una stratega che governa Itaca mentre tutti gli uomini falliscono. Circe e Calipso smettono di essere streghe seduttrici e tornano ad essere ciò che sono nel testo: figure di potere.

La domanda allora diventa scomoda: quanto patriarcato non era nel mito, ma nelle traduzioni?

Per secoli, chi traduceva proiettava il proprio sguardo sul testo. Uno sguardo maschile, occidentale, moraleggiante. Il mito non cambiava: cambiava il filtro.
E oggi quel filtro finalmente si rompe.

Rileggere l’Odissea così non è un esercizio “woke”. È un atto di onestà culturale. E anche una liberazione: perché ci ricorda che i classici non sono immobili, sono specchi. E dicono sempre molto più di chi li guarda che di chi li ha scritti.

Entra nella nostra community clicca qui: Newsletter

Sostienici, clicca qui: PINK