Nel ritratto femminile dell’artista Ludovico Salemi lo sguardo rinuncia al dominio e diventa ascolto: tra luce e ombra, un gesto artistico che è anche scelta etica.

C’è un modo di guardare che consuma, e un modo di guardare che restituisce. Nel lavoro di Ludovico Salemi il disegno nasce da questa seconda possibilità: non come appropriazione, ma come incontro. I suoi ritratti femminili non cercano di definire o spiegare, ma di sostare in quella zona fragile in cui la presenza si rivela senza mai offrirsi del tutto. Tra luce e ombra, tra trattenere e lasciare andare, il segno diventa uno spazio di rispetto e, silenziosamente, un atto etico.

A questo punto, è giusto lasciare spazio alla sua voce.

Parlare di sé per chi è abituato a esprimersi attraverso il disegno e il silenzio è sempre un gesto delicato. Eppure, se dovessi raccontarmi partirei da ciò che mi muove davvero: il bisogno di osservare, comprendere e restituire una presenza. Perché il disegno, personalmente parlando, non è mai stato soltanto un atto tecnico, ma una forma di ascolto profondo.

L’esordio.

Ho iniziato nel 2018, quasi per caso, osservando una piccola riproduzione a inchiostro di china del teatro greco di Siracusa. C’era qualcosa in quell’immagine che mi ha spinto a provare a riprodurla e senza troppe aspettative ho preso una matita e ho iniziato. Mi sono accorto subito che il disegno mi veniva incontro con naturalezza, come se fosse un linguaggio che avevo sempre conosciuto, ma mai davvero praticato.

Col tempo questa scoperta si è trasformata in una scelta più consapevole, così ho iniziato a orientare il mio sguardo verso il ritratto e in particolare verso il mondo femminile. Non si è trattato di una semplice preferenza estetica, ma di una necessità espressiva più profonda. Nei volti e nei corpi delle donne ho trovato una complessità che continua a interrogarmi: una trama sottile fatta di sfumature, dove forza e vulnerabilità convivono, dove anche il silenzio fa la sua parte.

L’universo irripetibile.

Ogni volto che ritraggo è un universo a sé, irripetibile. Eppure, ciò che mi affascina davvero è la soglia che si crea nello sguardo e nell’atteggiamento: quel punto sospeso tra ciò che si mostra e ciò che resta custodito. Ed è lì che il ritratto prende vita, in quell’equilibrio fragile e intenso che non si lascia mai afferrare del tutto.

Quando disegno non cerco mai di possedere ciò che rappresento, al contrario, il mio è un gesto che nasce dal rispetto. Mi avvicino al soggetto con cautela, quasi in punta di piedi, consapevole che ciò che sto cercando di cogliere non mi appartiene perché è un incontro e non un’appropriazione, ed è proprio in questo spazio che si costruisce lentamente l’immagine.

La bellezza che cerco non è mai superficiale, non è legata alla perfezione delle forme, ma a una verità più sottile e più umana. È una bellezza che risiede nelle imperfezioni, nelle asimmetrie, nei segni che comunicano qualcosa di impalpabile e indefinito. 

L’ombra non è mai una semplice assenza di luce, ma una presenza viva, densa, quasi spirituale, un territorio di confine in cui le forme si fanno meno certe e più evocative, dove ciò che non si vede completamente acquista una forza diversa e più profonda. In questo senso, l’ombra porta con sé un’aura di mistero, qualcosa che sfiora il misticismo e lo rivela in modo sottile.

Ed è proprio nel dialogo tra luce e ombra che il disegno trova il suo respiro più autentico: la luce definisce, l’ombra suggerisce. La luce mostra, l’ombra custodisce. E insieme costruiscono un linguaggio che non è mai definitivo, ma sempre aperto, come una domanda che resta sospesa.

Luce e fango.

Mi torna spesso alla mente quell’idea secondo cui l’essere umano è fatto di “luce e fango”: una coesistenza di elevazione e materia, di purezza e imperfezione. È una tensione che sento molto vicina al mio modo di disegnare. Nei volti che ritraggo cerco proprio questo: non una bellezza ideale e distante, ma una bellezza che nasce dall’incontro tra ciò che è fragile e ciò che è luminoso.

L’ombra, allora, diventa il luogo del fango, della parte più terrena, più nascosta, mentre la luce accenna a ciò che emerge che si offre allo sguardo. Ma nessuna delle due può esistere senza l’altra. Ed è forse in questa convivenza, mai del tutto pacificata, che si genera quella verità che inseguo nel tratteggio: una verità che non si lascia afferrare completamente, ma che si lascia solo intuire, come qualcosa che vibra appena sotto la superficie.

Ma devo dirvi che esiste anche un senso di eleganza che mi guida, quella che nasce dalla misura, dal rispetto delle linee, dalla capacità di non eccedere; è saper trattenere, è lasciare che un volto respiri sulla carta senza sovraccaricarlo, senza forzarlo; è accettare che non tutto debba essere spiegato.

Consapevolezza.

Ma oltre alla ricerca estetica c’è una consapevolezza che negli anni si è fatta sempre più chiara. Il mio lavoro porta con sé inevitabilmente un messaggio. Disegnare donne, oggi, significa anche assumersi una responsabilità, perché viviamo in un tempo in cui il corpo femminile è spesso esposto, giudicato, strumentalizzato e troppo spesso violato. La mia arte nasce anche come risposta a questo.

È un modo per affermare con la delicatezza del tratteggio un principio che dovrebbe essere ovvio ma che ancora necessita di essere ribadito: il rispetto. Un modo per dire: “questa presenza merita di essere guardata con attenzione, con gentilezza e con riconoscimento”. Attraverso il mio lavoro d’artista cerco di restituire alle donne uno spazio che non sia invaso, in cui lo sguardo non sia predatorio, ma contemplativo, dove la bellezza non sia qualcosa da consumare, ma da accogliere. In questo senso, il mio fare arte diventa anche un atto etico. 

Se chi guarda un mio disegno riesce a percepire anche solo una parte di questa intenzione allora sento di aver fatto qualcosa di necessario. Non cerco di dare risposte definitive, né di imporre una visione. Ma se le mie opere possono contribuire anche in minima parte a generare uno sguardo più consapevole e più rispettoso, allora trovano il loro senso.

Ed è proprio in questo spazio, fragile e prezioso, che spero possa nascere qualcosa: un pensiero, una riflessione, forse anche un cambiamento, per quanto piccolo. Perché l’arte quando è sincera prova nel suo modo discreto a prendersi cura del mondo.

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