Arriva al cinema, dal 29 gennaio, il film che racconta “La scomparsa di Josef Mengele”, il terribile medico di Auschwitz che non fu mai processato.
Lo avevano soprannominato “l’angelo della morte”, perché, tra i suoi compiti nel campo di concentramento di Auschwitz, c’era anche quello di selezionare i prigionieri da uccidere, sia con la gassificazione, sia con le iniezioni letali. Faceva esperimenti crudeli che riguardavano soprattutto i gemelli, uccisi solo per poi analizzare le autopsie. Bambini, persone con anomalie fisiche, ebrei e rom erano le sue vittime preferite, su loro eseguiva esperimenti drammatici, spesso mortali. Josef Mengele, tristemente conosciuto per le testimonianze dei sopravvissuti, mandò ai colleghi in Germania, durante quel periodo, ossa, sangue, parti anatomiche, scheletri e feti.
Voleva ottenere, grazie alle sue ricerche, una cattedra universitaria. Non fu mai catturato dopo la caduta del nazismo, non subì il processo a Norimberga, visse prevalentemente in Sud America e fu sepolto sotto falso nome, solo nel 1985 la sua tomba fu individuata in Brasile, vicino a San Paolo, il corpo venne riesumato e, sette anni dopo, grazie al Dna, venne identificato definitivamente.

Negli occhi del figlio.
Nella settimana dedicata alla Memoria dell’Olocausto, arriva al cinema il bel film di Kirill Serebrennikov La scomparsa di Josef Mengele che racconta, quasi completamente in bianco e nero, il dopo Auschwitz, ovvero la grande fuga di Mengele che, per 34 anni, visse da latitante, protetto da una rete di criminali, senza mai pentirsi di quanto aveva fatto, convinto di aver agito per il bene della Germania. Una fotografia impeccabile, una serie di flash back costruiti magnificamente, accompagnano questo viaggio nella mente di un uomo che seminò terrore e che fugge da vigliacco a responsabilità che non riconosce.
Tra Argentina, Paraguay e Brasile, con compagnie occasionali e nomi diversi, il suo volto si modifica, invecchia, rimane uguale nell’anima. I suoi sentimenti non cambiano nemmeno quando incontra il figlio, Rolf, che lo raggiunge con mille peripezie e gli chiede spiegazioni. Forse il momento forse più toccante del film, è rappresentato da quel giovane capellone a cui vengono tagliati i capelli, rappresenta un po’ tutti noi che vorremmo giustizia e verità.
Un film come un vaccino.
Il cinema in passato ha già raccontato Josef Mengele, interpretato persino da Gregory Peck nei I ragazzi venuti dal Brasile. Il film di Kirill Serebrennikov, invece, si basa sull’omonimo libro dello scrittore francese Olivier Guez, vincitore del Premio Strega Europeo. Questa volta tocca al tedesco August Diehl incarnare il terribile “angelo della morte”.
Quanto al regista russo ha scelto di realizzare questa pellicola per raccontare un altro punto di vista, non quello tradizionale degli eroi che resistono ma quello di chi ha compiuto il male, un vero viaggio nell’oscurità. Del libro lo aveva colpito la domanda sui criminali di guerra e sulla loro vita dopo che il conflitto è finito. «Queste persone vengono raggiunte dal loro passato?» si è chiesto Serebrennikov.
Ma soprattutto il suo intento è quello di lanciare un monito. «Vorrei che il mio film funzionasse come una sorta di vaccino – ha dichiarato- affinché il passato più terribile non si ripeta e che fosse visto soprattutto dai giovani che non conoscono la storia di Mengele. Le nuove generazioni vivono immerse nell’atmosfera tossica e nella bolla di propaganda che si crea sui social.» Proprio per questo la pellicola inizia con un professore universitario che spiega agli studenti chi era quel criminale di guerra. Una lezione per tutti.
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