Un docufilm racconta un anno di videochiamate tra la regista Sepideh Farsi e la giovane fotoreporter palestinese Fatma Hassouna, tra devastazione, fame e speranza ostinata. Un tributo al coraggio di Fatma, una testimonianza che continua a camminare nel mondo.

La cosa più bella è il sorriso di Fatma, non manca mai, accompagna tutta la durata del docufilm, la cosa più triste è che conosciamo la sua fine e non possiamo evitarla. Assistiamo impotenti, soffrendo con lei. Siamo a Gaza e  “Put you soul on your hand and walk”, ovvero “prendi in mano l’anima e cammina” è una storia di questi anni bui, quella di una giovane fotoreporter palestinese, Fatma Hassouna.

Sepideh Farsi.

A raccontarla la regista iraniana Sepideh Farsi,  attraverso le loro videochiamate, un anno di conversazioni, iniziate nell’aprile 2024, che illustrano anche il genocidio, la distruzione, le rovine, la fame, la solitudine. Sepideh voleva raggiungere la Palestina. Fatma diventa la sua guida.  Non si conosceranno mai di persona, ma sapranno fidarsi l’una dell’altra.

Tra problemi di connessione, documenti dolorosi e conversazioni intime, entriamo dalla porta principale nel mondo della ragazza e scopriamo una vita segnata dalla devastazione della guerra.

Fatma vuole girare il mondo,  arrivare a Roma, studiare ma poi tornare a Gaza, dove ama vivere. I sogni di tutte le ragazze del mondo.

Con foto toccanti e video devastanti documenta la sua gente, la morte, la progressiva perdita della speranza, parla della fame, del mal di testa che la assilla quando capisce che la fine del conflitto sembra non arrivare mai. Sepideh è fuggita da Teheran quando aveva diciotto anni, oggi vive a Parigi, capisce la giovane amica come possono capirsi due donne che hanno vissuto in contesti difficili. Dalla sua prigione in Palestina Fatma diventa gli occhi dell’altra, quel sorriso lo spegneranno solo uccidendola insieme a nove membri della sua famiglia.

Un attacco aereo distrugge la casa dove abitavano a Gaza, proprio il giorno dopo l’annuncio che il film sarebbe stato presentato al Festival di Cannes. Fatma era stata invitata.  Era il 16 aprile 2025,  la fotoreporter aveva 24 anni.

Così il docufilm, un vero e proprio diario, diventa anche e soprattutto un omaggio al coraggio e alla resistenza di Fatma. Un dovere che la regista, conosciuta per il suo lavoro di denuncia dei conflitti in Iran,  assolve perfettamente, con l’intento di dare voce alle vittime palestinesi avvolte, troppo spesso, dal silenzio.

Omaggio a Cannes.

«Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita in tutto il mondo» aveva detto Fatma, è stata ascoltata. Juliette Binoche ha aperto il Festival di Cannes rendendole omaggio. Amnesty International ha sposato la pellicola che porta il patrocinio dell’associazione, e ricorda gli oltre 250 giornalisti uccisi nella Striscia di Gaza.

«Un tributo al coraggio di Fatma, alla sua consapevolezza che documentare le violazioni dei diritti umani è il primo passo per combatterle.»

Quanto a noi, ogni volta che sentiremo le sue parole e vedremo la documentazione che ha lasciato, aiuteremo la sua anima a camminare ancora.

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