Questo decalogo è un congedo ma non dalla lotta (mai sia) quanto dalle “giustificazioni”. Quindi, ecco le dieci cose che non voglio più spiegare.
C’è un momento, nella vita di ogni donna, in cui capisce che spiegare i suoi comportamenti o, peggio, le sue reazioni è una forma di lavoro gratuito. Emotivo. Sociale. Culturale. E arriva un altro momento, forte, imperioso, in cui la stessa donna smette di spiegarsi. Non perché non abbia più parole, ma perché ha capito che non deve più giustificarsi.
Questo testo nasce da qui. Dal bisogno di dire basta alle domande ripetute, alle scuse preventive, alle traduzioni continue di ciò che è già legittimo. Dieci cose che non voglio più spiegare. Perché esistere non è un argomento da difendere.
Non voglio più ripetere…
1. Che no significa no.
Non “forse”.
Non “vediamo”.
Non “se insisti abbastanza”.
No è una frase completa. Non ha bisogno di sottotitoli.
2. Che non devo essere gentile per essere credibile.
La competenza non ha un tono di voce obbligatorio.
Non sono meno autorevole se non sorrido.
Non sono più simpatica se mi scuso.
3. Che il mio corpo non è un dibattito pubblico.
Non è un referendum.
Non è una metafora.
Non è un progetto di gruppo.
È mio. Punto.
4. Che non tutte le donne vogliono essere madri. Anche quelle che lo sono, non vogliono essere solo quello.
La maternità non è un destino biologico.
È una possibilità.
Quindi, come tutte le possibilità, va scelta. Non imposta.
5. Che l’ambizione non è arroganza.
Un uomo che vuole potere è determinato.
Una donna che lo vuole è complicata.
Strana equazione, vero?
6. Che la mia rabbia non è isteria.
È spesso intelligenza emotiva non addomesticata.
È lucidità.
È una forma di amore per me stessa che non chiede permesso.
7. Che posso amare gli uomini senza giustificare il patriarcato.
Non sono una contraddizione vivente.
Sono una persona complessa.
Come tutti.
8. Che non devo essere un esempio per nessuno.
Non sono un modello educativo.
Non sono una bandiera.
Non sono una categoria.
Sono una donna che vive.
9. Che la libertà non mi rende sola.
Mi rende responsabile.
Che è molto più difficile.
E molto più interessante.
10. Che il femminismo non deve essere “simpatico”.
Deve essere giusto.
Deve essere necessario.
Deve essere vivo.
Anzi, se dà fastidio, bene, vuol dire che sta funzionando!
Non voglio più spiegare.
Voglio scegliere.
Voglio dire.
Voglio scrivere.
Voglio restare dove qualcuno resta.
Soprattutto: non voglio più chiedere scusa di esistere.
Smettere di spiegarmi non è una fuga, ma una forma nuova di presenza. Così, ogni parola che non giustifico diventa una parola che scelgo.
E allora, questo elenco non è una fine, ma un inizio. Perché, quando una donna smette di tradursi per gli altri, comincia finalmente a parlare e a parlarsi davvero.
Non chiedo più permesso alla mia voce.
La uso.
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