Re della città di Uruk, Gilgamesh, lasciò la sua impronta portando avanti un ciclo epico ricordato e studiato ancora oggi, con la determinazione di donne che hanno accompagnato il suo cammino passo per passo.
Re Gilgamesh, la dea Aruru, Endiku e il mito dell’immortalità. Mesopotamia, 2700 a.c., eroe nazionale per il popolo Sumero, non fu semplicemente un sovrano come molti prima e dopo di lui. Fu un vero simbolo di forza, coraggio e determinazione tanto che, le sue gesta, vennero trascritte su dodici tavolette stele, in scrittura cuneiforme.
La dea Aruru.
Non era facile la vita al fianco di un re come Gilgamesh, era in verità insostenibile, soprattutto per le donne che vivevano la quotidianità con lui, sopportavano la sua spropositata forza fisica e le continue guerre sanguinarie che portava avanti.
E fu così che, insieme, decisero le sorti del loro re: chiesero aiuto al dio Anu, suprema divinità sumera. Il quale decise di convocare la dea Aruru perché lo aiutasse a contrastare la forza di Gilgamesh. Aruru accettò questa sfida con piacere: preso un grumo di creta. Lo piantò a terra determinando la nascita di Endiku, seme del silenzio, simbolo dell’uomo primordiale.
Determinato a sfidare il re, si presentò bellicoso al suo cospetto, intento a dimostrare la sua forza così da placare quella del re, ma le cose andarono in un altro modo. E, tutto sommato, la dea Aruru ne fu felice: i due si affezionarono, nacque un sentimento paterno da parte di Gilgamesh nei confronti di Endiku. Chiese il dono di poter essere suo padre.
Una amicizia profonda e ricca di avventure.
Non gli venne concesso questo dono, allora re Gilgamesh invitò Endiku con lui a compiere molte avventure e gesti eroici, così da rafforzare la loro profonda amicizia e dimostrare il loro essere invincibili, insieme.
Si scontrarono con il mostro Khubaba, nella foresta dei cedri e lo uccisero, portando via gli alberi più belli per abbellire la Ziqqurat a Uruk, sfidarono la dea Ishtar, la quale si innamorò del re, ma venne rifiutata. Questo rifiuto la portò a scatenare le sue ire: inviò sulla terra il Toro Celeste affinché portasse devastazione nella città di Uruk. Endiku e Gilgamesh lo affrontarono con indomito coraggio: lo uccisero, Endiku gli staccò una spalla e la gettò addosso alla dea Ishtar, scatenando un’ira davvero incontrollabile.

La morte di Endiku e la ricerca dell’immortalità.
Questo gesto irrispettoso di Endiku non passò inosservato a tutti gli dei che lo condannarono a morte. Caduto in preda a una febbre rovinosa, in pochi giorni morì causando la disperazione di Gilgamesh che, in onore del suo più caro amico, continuò le sue avventure nella ricerca dell’immortalità.
Prima incontrò gli uomini scorpione che lo costrinsero a percorrere le cavità oscure della montagna Mashu. Per poi tornare alla luce, fino a recarsi dal traghettatore Urshanabi per farsi accompagnare al cospetto di Utanapishtim, suo antenato sopravvissuto al diluvio universale; ed è proprio da qui che cominciò a porsi sempre più domande sul senso della vita e su una possibile immortalità.
Il vero senso della vita e dell’immortalità.
Grazie al suo antenato, Gilgamesh imparò una importante lezione: la vera immortalità sta nella vita, nei gesti di ogni giorno. Ciò che facciamo, ciò che insegniamo a chi dopo di noi proseguirà il cammino. L’immortalità vivrà nel ricordo di chi parlerà, racconterà di noi e di ciò che di buono è stato fatto in vita.
Questo è il vero segreto per vivere in eterno e da quel moneto in poi il grande re di Uruk, lo imparò. E lo accettò cambiando dentro di lui e diventando l’uomo migliore che potesse essere per chi aveva intorno.
Ti è piaciuto il mio articolo? Offrimi un caffè, cliccando qui: Daniela Perelli
Continua a seguire la rubrica Il Taccuino di Daniela
Entra nella nostra community clicca qui: Newsletter
Sostienici, clicca qui: PINK





Comments are closed.