Agnes Sampson era una guaritrice scozzese. Conosciuta anche come la “saggia di Keith”. Coinvolta nei processi alle streghe di North Berwick nella seconda metà del XVI secolo, fu assassinata il 28 gennaio 1591. La sua è una storia di ingiustizia.

Agnes non era una strega, contrariamente a quanto recita il titolo volutamente provocatorio. Sappiamo poco di lei, ma è annoverata fra le donne sagge di Keith, la cittadina scozzese dove viveva. Nether Keith, infatti, faceva parte della baronia di Keith Marischal, East Lothian, in Scozia. Si riteneva che Sampson avesse grandi poteri di guaritrice e fungeva da ostetrica. Dalle carte dell’infamante processo contro di lei, sappiamo che era vedova e aveva dei figli.

Re Giacomo il Fifone.

Nella primavera del 1590, Giacomo VI tornò da Copenaghen dopo aver sposato Anna di Danimarca, figlia del re di Danimarca e Norvegia. La corte danese a quel tempo era molto superstiziosa. Le paure più grandi venivano dal demonio, dalla stregoneria e dalla magia nera. L’impressionabile re Giacomo aveva paura di tutto. Figuriamoci del demonio!

Durante il viaggio di ritorno dalla Danimarca, la nave su cui viaggiava il re rischiò affondare a causa del mare in tempesta. Nei mesi successivi iniziò in Danimarca la caccia alle streghe con il processo alle streghe di Copenaghen, avviato dall’ammiraglio danese Peder Munk. Una delle sue vittime fu Anna Koldings, che fornì i nomi di cinque donne. Le donne confessarono di essersi rese colpevoli di stregoneria, sollevando le tempeste che avevano minacciato il viaggio del re.

A settembre del 1590 due donne furono bruciate come streghe a Kronborg. Re Giacomo decise di istituire così un proprio tribunale anche in Scozia.

La storia dell’arresto, del processo e delle confessioni di Agnes Sampson e degli altri accusati di stregoneria è nota dalle versioni trovate in un opuscolo stampato a Londra nel 1591, il Newes from Scotland, e dalle lettere dei contemporanei. Oltre che ovviamente dagli atti processuali

Nell’autunno del 1590, la Scozia dava inizio alla caccia alle streghe.

Molti di coloro che furono processati vennero interrogati dal re in persona. Agnes Sampson fu accusata di stregoneria da Gillis Duncan e arrestata insieme ad altri. Interrogata riguardo al suo ruolo nella famosa tempesta del viaggio di ritorno del re, fu sottoposta a torture inenarrabili. Tra le quali la depilazione totale del corpo per trovare, attraverso spilloni e altri strumenti appuntiti o infuocati, il cosiddetto marchio del diavolo sul suo corpo.

Ad Agnes venne trovato nelle parti intime. Sfinita e deturpata nel corpo e nell’animo dalle terribili mutilazioni, confessò.

Secondo il Newes from Scotland, Agnes Sampson confessò di aver causato lei la tempesta che fece annegare Jane Kennedy il 7 settembre 1589. Quando due navi si scontrarono durante un’improvvisa tempesta sul Forth. Aveva fatto un incantesimo, sotterrando un gatto morto nella sabbia, sulla spiaggia di Leith. Lo stesso incantesimo avrebbe poi scatenato le tempeste che minacciarono il re durante il suo viaggio di ritorno dalla Danimarca nel 1590.

Agnes Sampson fu condotta al patibolo a Castlehill, dove fu impiccata e poi bruciata sul rogo il 28 gennaio 1591. Si dice che il suo fantasma, nudo e calvo, vaghi ancora per il palazzo di Holyroodhouse.

E se lo meriterebbero più i suoi contemporanei che i posteri lo spirito triste di quella donna, che nella sua vita aveva solo fatto del bene senza chiedere nulla in cambio. Accorreva dove serviva, preparava decotti, infusi, oli lenitivi e faceva nascere i bambini. Ma siccome nel mondo di gente buona si ha così bisogno quando si sta male, ma non una volta guariti, Agnes non trovò nessuno a difenderla.

La storia non ci insegna nulla, se poi continuiamo a provare quella che in gergo analitico viene definita la sindrome rancorosa del beneficato.

Ma nella storia di Agnes c’è un fattore più inquietante, oltre all’ingratitudine. Perché quando la pochezza d’animo sposa la superstizione e va a braccetto con l’ignoranza, nascono mostri terribili. Dai quali si fa sempre troppa fatica a liberarsi. A patto che ci si riesca.